Vizio di forma – Paul Thomas Anderson, 2014

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vizio-di-forma-locandinaSe anche Vizio di forma avesse una trama meno complicata (perché non è solo complessa, è proprio ingarbugliata) sarebbe comunque inutile spendere una sola riga a spiegarla, perché non è così importante. Nonostante siamo tendenzialmente sostenitori dei film con la trama e molto scettici per quelli in cui si nasconde o proprio non c’è (per essere chiari a costo di sacrificare un po’ di complessità), non possiamo non apprezzare questo film. Inherent vice, come recita il titolo originale, racconta la storia surreale di un investigatore perennemente sballato alle prese con la sua ex fidanzata e le rogne che si porta dietro. Doc Sportello (Joaquin Phoenix), questo il suo nome, viene infatti avvertito dall’ex compagna Shasta che qualcuno vuole rapire il suo nuovo amante. Contemporaneamente, un altro uomo (Owen Wilson, che non riusciremo mai a prendere sul serio e comunque non ce n’è bisogno) s’intromette nei piani di Doc: quando vorrebbe trovarlo non ci riesce, quando non si aspetterebbe di vederselo comparire davanti agli occhi è proprio lì. Il rapporto di odio-amore con un poliziotto (Josh Brolin), che vediamo sempre con una banana in bocca e mai con delle manette penzolare dalla cintura, contribuisce al brodo surreale e comico di cui si nutre il film, che si farà ricordare ben al di là della nuda trama.

Dev’essere così anche per il romanzo di Thomas Pynchon, adattato per l’occasione da Paul Thomas Anderson: un noir in cui i valori umani restano quelli di Dashiell Hammet ma la forma è un oggetto peculiare cucito da Pynchon. Quello che ricordiamo è l’atmosfera hippie, gli anni ’70 trattati con tanta amichevole nostalgia e presi in giro un attimo dopo; le piccole manie di Doc, apparentemente indifeso e fuori dal mondo e comunque in grado di cavarsela. È l’atmosfera in cui siamo immersi a contare più di ogni altro aspetto, ed è resa così sguaiatamente comica da tante piccole preoccupazioni sui mezzi specifici che il cinema ha disposizione. Il rallentatore al momento giusto, la voce narrante che sa quando coprire l’audio di una scena, la capacità di mettere in scena un romanzo preservandone lo spirito e contaminandolo con il proprio stile.

Anche avere a disposizione un grande attore può far comodo. Joaquin Phoenix ha dichiarato che il personaggio disegnato da Pynchon lo ha ispirato tantissimo ma noi dubitiamo che, leggendo il libro, ce lo saremmo immaginato così efficace (senza voler sminuire il soggetto di partenza). Lo sguardo perso nel vuoto quando i clienti raccontano a Doc i loro problemi, subito seguìto dallo scribacchiare note ironiche o antifrastiche, è quello che Phoenix sa comporre. La concentrazione con cui esegue i gesti più banali come profumarsi i piedi senza averli lavati, che in un cervello pieno di erba devono sembrare imprese titaniche, è la sua. Se pensiamo che lo stesso attore e lo stesso regista, nel 2012, hanno costruito The Master, possiamo farci un’idea della duttilità di Phoenix, transitato da un estremo (gestire a stento le proprie devianze e la propria “irrequietezza”) all’altro (raggiungere un mondo che corre più veloce di lui e prova sempre a fregarlo).

Ecco la recensione su Cinema4stelle.

400 colpi (di tastiera) # 20 – Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

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Faster. Faster! Non importa quanto veloce e violento Andrew picchi sul rullante, quanto sangue le sue mani lascino sulle bacchette: Terence, il suo insegnante, pretenderà sempre di più. Come tutti gli stronzi, i maestri che non riescono a vedere il confine tra agonismo e crudeltà. Per fortuna. Sono viscidi, soli, forse un po’ frustrati, ma anche loro hanno un talento: evaginare quello degli altri.
Whiplash, in 400 colpi (di tastiera)

Selma. La strada per la libertà – Ava DuVernay, 2014

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selma-locandinaOgni epoca deve fare i conti con le sue battaglie, i suoi terrorismi. Ogni decennio, per non uscire dai confini del solo Novecento. Adesso è il fondamentalismo islamico a farla da padrone, in maniera più esplicita e spettacolare, ma in passato (e anche nel presente, a voler fare i puntigliosi) discriminare categorie considerate più deboli come le donne, i gay, gli atei o gli “infedeli” era (è) routine. Deboli perché discriminati o viceversa? Non c’è una risposta precisa, anche se l’immagine più esplicativa assomiglierebbe a un Ouroboros, il drago cinese che si morde la coda e rappresenta la ciclicità della vita. Non mi piaci quindi ti discrimino e se tutti ti discriminano mi convinco che magari c’è un pretesto oggettivo per emarginarti, perché sei inferiore, e quindi continui a non piacermi. Fino agli anni ’60 (’70, ’80, ’90…) i neri americani sono stati tra le categorie che più hanno subito un simile apartheid, e la continuità con cui tutto ciò è successo dovrebbe darci la misura della crudeltà dell’uomo verso se stesso. E pazienza se continuiamo a scrivere, girare, recensire e criticare film che ci raccontano ogni volta tragedie diverse e ogni volta la stessa tragedia: quella crudeltà è ancora lì. Non importa quanto sia coinvolgente la storia, quanto somiglianti ai loro referenti realmente esistiti siano i personaggi, quanto in profondità riescano a pizzicarci i dialoghi. Nemmeno Selma riuscirà a insegnarci nulla, anche se ci prova nel miglior modo possibile: raccontare senza spiegare, mostrare senza annoiare, ritrarre l’idolo di una e più generazioni e coglierlo nella sua umanità. “Umanità” non come aggettivo tautologico o fantozziano abusato da chicchessia ma come attributo di una persona che, pur nella statura morale enorme, ha i difetti e le debolezze che tutti abbiamo. Se non fosse evidente, la sceneggiatura è quello che di Selma ci ha entusiasmati di più: Martin Luther King, interpretato senza una sbavatura da David Oyelowo (abbiamo un pregiudizio: l’espressività dei suoi occhi e dei suoi gesti deve corrispondere a quella della sua voce, che immaginiamo oltre il doppiaggio) è un pastore dal carisma inarrivabile, eppure litiga con sua moglie e non ha abbastanza tempo da dedicare ai suoi figli. Ha paura per sé e per gli attivisti che lo accompagnano, compie scelte contrastanti e incomprensibili a una prima occhiata, ma che poi si rivelano coerenti e rendono il suo carattere tridimensionale. Ma King non è solo, nella vita come nel film: i suoi nemici e quelli che poi cedono alla giustizia delle sue richieste, come il governatore dell’Alabama Wallace (Tim Roth) e il Presidente Lyndon B. Johnson (Tom Wilkinson) sono tratteggiati con altrettanta profondità, al di là della caratterizzazione che il doppiaggio rende sempre più bozzettistica di quanto non sia in realtà. I suoi compagni e sua moglie soffrono con lui e la loro presenza, proprio in termini di minutaggio o scene-chiave, giova al film perchè scongiura il rischio di un’agiografia, sempre più difficile da giudicare quanto più bene ha fatto la figura che si vuol ritrarre. Lo sguardo di King/Oyelowo piange libertà e anche i nostri occhi lo fanno, quella libertà che anche quando l’hai ottenuta ti uccide, qualche tempo dopo. Pazienza se alcune scelte fotografiche non ci sembrano giustificate dalla narrazione: non sono così gravi da pregiudicare la bontà di Selma – La strada per la libertà.

Ecco la recensione su Cinema4Stelle.

400 colpi (di tastiera) #20 – Il Dr. Jekyll e Mr. Hyde (Biblioteca di Studio Uno), 1964

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Lunghi piani sequenza, complesse messe in scena e coreografie. La rima, il ritmo. Oggi sarebbe improponibile, siamo stati educati in maniera diversa, non necessariamente migliore o peggiore – forse peggiore, considerando il panorama televisivo medio. Ma è delizioso riguardare tutto ciò con un po’ di nostalgia. È ottocento e anche noir, è sceneggiato ma anche musical. È la Biblioteca di Studio Uno.

Il Dr. Jekyll e Mr. Hyde, in 400 colpi (di tastiera)

400 colpi (di tastiera) #19 – L’Odissea (Biblioteca di Studio Uno), 1964

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odissea-studio-unoIsola i momenti più celebri del poema e li rilegge con simpatia e leggerezza, contaminandoli con la canzone popolare italiana. Quando il professionismo Rai metteva in ombra (per quanto netta e scura) il democristianesimo, che pure giocava un ruolo troppo importante, e regalava al pubblico italiano dell’intrattenimento spettacolare e non sensazionalista.

L’Odissea, in 400 colpi (di tastiera)