400 colpi #49 – The Grandmaster (Wong Kar-wai, 2013)

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The Grandmaster è un film che si fa guardare con molta, molta vanità: quadri e fotografia raffinata, quasi leziosa; montaggio certosino (nei film di arti marziali è tutto), e la nostalgia tipica di quelle storie raccontate a blocchi, dove quello che vediamo è l’effetto di quello che non viene mostrato. Si rischia a escludere momenti così importanti dalla sceneggiatura. Ma non sempre si sbaglia.

The Grandmaster, in 400 colpi.

400 colpi # 48 – Tropic Thunder (Ben Stiller, 2008)

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Tropic Thunder è un metafilm: un gruppo di attori famosi riuniti per girare un film sul Vietnam. Come ve lo immaginate Apocalypse Now con Ben Stiller, Jack Black scorreggione e Robert Downey Jr. che interpreta un  nero e parla vietnamita, e non vuole più uscire dalla parte? Demenziale, come suggeriscono i finti trailer dei loro film, prima che “il più costoso finto vero documentario della storia inizi”.

Tropic Thunder, in 400 colpi.

400 colpi # 47 – The outsiders (Francis Ford Coppola, 1983)

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I ragazzi di periferia, sotto sotto, si assomigliano tutti.  Un pugno, un coltellino, una pistola e dal naso rotto passi all’altro mondo. Gli outsiders di Coppola non fanno eccezione ma fanno anche un po’ di tenerezza, a rivederli così acerbi. Tom Cruise coi denti storti, Matt Dillon così liscio in faccia e Patrick Swayze che ti aspetti di vederlo ballare e invece fa il fratello premuroso. So cute!

The Outsiders, in 400 colpi.

400 colpi # 46 – The Onion Movie (Tom Kuntz, Mike Maguire, 2008)

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The Onion Movie è un film che, quasi sicuramente, farà ridere un gruppo molto ristretto di persone: chi ama il demenziale, conosce almeno un pochino la cultura contemporanea americana e come funziona la loro informazione televisiva. Una serie di sketch tenuti insieme da un filo sottile, nemmeno troppo importante. E da tanta autoironia. Tutti (quei pochi di cui sopra) vorrebbero averlo girato.

The Onion Movie, in 400 colpi.

400 colpi # 45 – The Signal (William Eubank, 2014)

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The Signal è un film senza capo né coda e la presenza di Laurence Fishburne non migliora la situazione: non è che, siccome c’è uno che ha recitato in Matrix, un mediocre film di fantascienza diventa un cult. La cura con cui è gestito il compositing, poi, rende ancora meno riuscito l’esperimento: se la sceneggiatura non sta in piedi, non saranno delle fighissime gambe bioniche a farla correre.

The Signal, in 400 colpi.

Tutto su mia madre – Pedro Almodovar, 1999

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tutto_su_mia_madre_locandina_cinemastinoTutto su mia madre è un film di Pedro Almodóvar. Questa frase, oltre a essere un occhiolino troppo evidente al SEO (comunque mediamente insignificante per un blog molto piccolo), racchiude una sintesi che spiegherò qui una volta per tutte. Quando Almodovar fa un film ci mette dentro tutte le sue ossessioni, gratificando (probabilmente) se stesso nel vederle rappresentate e nel vedersi apprezzato dal pubblico che, appunto, apprezza. Gratifica anche questo pubblico, che le cerca e spesso le ritrova a spasso per la sua filmografia, anche se (come nel mio caso) non l’ha vista tutta. Scendendo nei particolari, tra le ossessioni di Almodóvar ci sono: sessualità, rapporti di coppia (coniugi, amanti, genitori-figli), amore per il cinema e il teatro, attrici ricorrenti. Cucinate con un pathos intenso, fortunatamente non troppo. Almeno nel caso di Tutto su mia madre. Ecco cosa vuol dire “un film di Pedro Almodovar”. Un film in cui le tradizionali (per quanto, ancora?) funzioni sociali maschili e femminili si confondono, s’invertono, in cui le stesse identità di genere non contano più tanto perché quello che conta, davvero, è solo la determinazione che un essere umano investe per far del bene a qualcun altro. Cosa penseremmo, infatti, di una madre che cresce da sola suo figlio perché il padre, dovunque sia, non può o non vuole più vederlo? E che non appena questo figlio muore (succede nella prima parte del film, posso permettermi di svelarvelo) va proprio alla ricerca del padre, svelandoci le contraddizioni che hanno segnato la sua vita e che cercano di scuotere anche la nostra? Penseremmo che lo fa per l’unico motivo per cui una buona madre agisce nei confronti dei figli: nessuno. Il suo istinto glielo suggerisce, glielo impone, e mentre una parte di sé la maledice un’altra, generalmente quella che vince sempre (ma non è detto che sia quella che abbia sempre ragione) la ringrazia per essere stata così sensibile, anche se dopo troppa sofferenza.

400 colpi #44: White Dog (Samuel Fuller, 1982)

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C’è un cane bianco che spesso sporca il suo pelo di rosso: è il sangue di un nero, perché quel white dog è un cane da caccia. Niente selvaggina succulenta: i negri sono la sua preda. Dovunque e in qualsiasi epoca sia girato, un film sul razzismo è sempre attuale ed è tanto più efficace quanto poco cede al sentimentalismo. Fuori dal branco ma comunque rispettato, Fuller ci dice: i cani siamo noi.

44) White dog (Cane bianco), in 400 colpi