400 colpi di tastiera # 37 – Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

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C’era una volta Gesù di Nazareth, ma pochi sanno che quella stessa notte nacque anche un altro pargolo. Brian. Romano, ma odia i Romani. Predicatore improvvisato, ma odia i suoi seguaci. Immerso in un’improbabile Giudea a metà tra gli anni ’80 e l’anno zero, assoldato da un gruppetto di fanatici che vogliono liberarsi di Roma. “Cosa ci ha dato, a parte l’acquedotto, le fognature, i muli in orario?”

Brian di Nazareth, in 400 colpi.

400 colpi # 36 – Il fascino discreto della borghesia (Luis Bunuel, 1972)

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Le cene eleganti, gli stessi gruppi sociali composti da elementi eterogenei ma accomunati da alcune caratteristiche fondamentali (boria, soprattutto) piacciono molto a Bunuel, e infatti le ha usate spesso nei suoi film. Viridiana, L’angelo sterminatore, Il fascino discreto della borghesia. Se lo può permettere. Sa raccontare i difetti di tutti, parlare un po’ male di tutti, facendo ridere tutti.

Il fascino discreto della borghesia, in 400 colpi

400 colpi #35 – Gli amanti crocifissi (Kenji Mizoguchi, 1954)

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C’è un simbolo, uno strumento di tortura che attraversa tranquillamente il globo da ovest a est: il crocifisso, su cui venivano appesi e lasciati morire gli amanti segreti nel Giappone del 1600. Kenji Mizoguchi ce lo racconta alla sua maniera, con un pathos tanto intenso quanto poco patetico (nel senso dispregiativo del termine), un rigore visivo e un occhio sempre vicinissimo alle sue creature.

Gli amanti crocifissi, in 400 colpi.

400 colpi # 34 – The Rainmaker (Francis Ford Coppola, 1997)

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SPOILER! – Francis Ford Coppola si misura con un genere classico del cinema classico. Con un esito altrettanto classico: positivo, seppur convenzionale. Un dramma giudiziario e umano che corre parallelo a un dramma sentimentale e personale, che forse avrebbe potuto mettere ancora di più con le spalle al muro Rudy (Matt Damon). Prima del lieto fine che ci sta, ci deve stare, per quanto sia amaro.

The Rainmaker, in 400 colpi

400 colpi #33 – La strada della vergogna (Kenji Mizoguchi, 1956)

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Vergognarsi è necessario, talvolta, per mantenere il contatto con la realtà. Lo sanno bene le prostitute di Tokyo, destinate a scomparire grazie a una severa legge Merlin d’oltreoceano. È il sentimento che prevale in questo film, che mi ha sorpreso: conosco poco la cultura giapponese e non pensavo sarebbe stato possibile esternarla in un modo così intenso e informale, con un pathos commovente.

La strada della vergogna, in 400 colpi

400 colpi # 32 – Sono nato ma… (Yasujirō Ozu, 1932)

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Il fatto che in un film così vecchio non ci sia una dissolvenza è sintomatico del talento di Ozu. L’ha fatto apposta e già comincia a farci assaggiare quelle che saranno le sue storie. Girate al livello del pavimento, dove in Giappone mangiano e dormono, parlano e sognano. Raccontate dal livello dei più umili, stretti tra l’approvazione del proprio capo e quella (più importante) dei propri figli.

Sono nato ma… in 400 colpi

400 colpi #31 – Dietro lo specchio (Nicholas Ray, 1956)

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Ombre sui volti, in Technicolor. Un po’ di cortisone per guarire una grave infiammazione alle arterie, forse mortale, ma le ombre sui volti si allungano, si scuriscono. Nicholas Ray è un po’ come Hitchcock: riesce a scovare delle storie profonde ma un po’ in ombra, ancora, e renderle icastiche, memorabili. Discostandosi dalla vulgata comune hollywoodiana classica. Non troppo, stavolta. Purtroppo.

Dietro lo specchio (Bigger than life), in 400 colpi