400 colpi # 41 – The Drop – Chi è senza colpa (Michaël R. Roskam, 2014)

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Chi è senza colpa? The Drop, titolo icastico tanto in italiano quanto in lingua originale, ha una risposta altrettanto netta quanto sfumati sono i confini morali dei suoi personaggi. Nessuno. Chi evidentemente non lo è, chi non lo sembra dal primo sguardo, e chi invece diresti lo sarebbe stato fino all’ultimo. Perchè non sempre la colpa ti cade addosso e non riesci a scansarti. Spesso la scegli.

41) The Drop, in 400 colpi

400 colpi #40 – Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

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Frankly, I do give it a damn. Questa è la filosofia di Frank, cantante mascherato di un indecifrabile gruppo indie, ma indipendente davvero. Di quelli che si chiudono in una casa sperduta a registrare, non riescono a suonare e poi si ritrovano in un bar, indecisi se ridere o piangere. Ma qual è la priorità per cui give it a damn? E come va interpretata la musica, perché sia davvero un successo personale?

Frank, in 400 colpi.

400 colpi di tastiera # 39 – Pride (Matthew Warchus, 2014)

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Un titolo fin troppo evocativo, a posteriori. La locandina, però, inganna un po': cominci a vederlo incuriosito, continui affascinato, eccitato, finisci gasato. Succede che i minatori scioperano per un sacco di settimane e un gruppo di gay e lesbiche istituisce il LGSM (Lesbians and gay support the miners), per condividere le sofferenze di una minoranza impotente. E succede che vincono.

Pride, in 400 colpi.

400 colpi #38 – Twixt (Francis Ford Coppola, 2011)

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Non è il solito film sui vampiri in cui uno scrittore si rifugia in un motel, all’orecchio la moglie che si lamenta per telefono e alla bocca la bottiglia di un liquore scadente irlandese. Anche se il protagonista è lo Stephen King de noantri e fa tutto quello di cui sopra. È una creatura integralmente di Coppola, non così perfetta ma intrigante. E poi c’è Val Kilmer, nascosto sotto il doppio mento.

Twixt, in 400 colpi

400 colpi # 37 – The Little Death (Josh Lawson, 2014)

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The little death, o anche l’orgasmo. Alcune coppie vivono con qualche imbarazzo le loro relazioni: hanno paura di confessarsi i propri appetiti sessuali, con tutti i risvolti comici e grotteschi che ne derivano. Soprattutto quando un muto chiama una linea erotica. Non uscito (ancora?) in Italia, e non è così semplice comprendere perché: è una commedia simpatica, fuori dal comune. E anche dalle mutande.

The little death, in 400 colpi

Il difficile mestiere del bloggHer

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Disclaimer: la costruzione di quest’articolo che è comunque un racconto, in quanto serie di pensieri e parole in fila (scusami, Lucio), m’impone di sacrificare un minimo di complessità per far posto alla sintesi. La chiarezza c’è comunque e la realtà non è così lontana.

Quello del blogger è un “mestiere” affascinante. Io scrivo di narrativa, principalmente di cinema (e un po’ meno di libri, ma solo perché a vedere un film ci vuole meno tempo). Ecco alcuni perché.

1) In genere lo fai gratis. Negli scampoli di tempo libero, nelle pause pranzo o anche proprio al posto di lavorare, perché in quel momento non sei impegnato o solo perché i sensi di colpa ti stanno lontani.

2) In genere ti piace. Ecco perché lo fai gratis: ti gratifica scrivere di argomenti che conosci, che hai studiato, sui quali possiedi una solida formazione accademica che si rinnova ogni giorno. O magari sei un autodidatta ma di quelli seri, che hanno un rapporto con la materia come Pino Daniele l’aveva con la musica: cominci da solo ma poi capisci che devi chiedere aiuto a uno specialista, leggere e scrivere ogni giorno, sporcarti le mani, provare praticamente quello che vorresti analizzare, perché “se non lo sai fare non lo sai nemmeno comandare”, diceva mia nonna. In questo caso, criticare: se non conosci (abbastanza) il cinema, i mestieri del cinema e/o se non sai scrivere (per essere letto da un pubblico che si merita il suo rispetto, s’intende), non puoi scrivere-di-cinema.

3) In genere ti leggono. Ecco perché ti piace: una minima vanità (ma che sia davvero minima) ci vuole. Magari i tuoi lettori sono pochissimi, poche decine (compresi i parenti stretti o i migliori amici, anzi, forse sono solo loro ma è più probabile che proprio loro non lo facciano) ma sono fedeli, attenti, senza per forza essere esperti, cultori, ma soltanto curiosi. E soprattutto: vogliono leggere un parere più informato, più specializzato, più competente del loro su un argomento che amano e non c’è niente di male nell’ammettere di saperne di meno. Ognuno può essere meglio di qualcun altro, nella propria specialità.

4) In genere sei costante. Ecco perché ti leggono. Sanno che prima o poi, con una certa periodicità, dirai la tua e avrai un motivo per farlo. Non solo per aggiornare il blog e i relativi social network, migliorare il tuo page rank e tutti gli altri parametri che rischiano di farti impazzire. Vorresti davvero creare una comunità di lettori, un cineforum ambulante, anche divulgare senz’alcuna presunzione quello che ti appassiona.

Poi, però, arriva qualcuno che frantuma i tuoi piani. Non lo fa apposta, è questo il dramma: se fosse consapevole, riusciresti più facilmente a individuare i suoi punti deboli. Come quando Goku e Vegeta sbagliano la fusione e generano un esemplare ciccione di Gogeta, che riesce miracolosamente a sopravvivere prima che tutto torni normale. Arriva il bloggHer.

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Come distinguere un bloggHer da un blogger? Semplificando, è come distinguere tra le fragoline di bosco e i fragoloni del supermercato. Tra le arance siciliane che mangi a gennaio e quelle importate dal Sudafrica che ti ritrovi a luglio nei mercati rionali. Ecco un paio di spie utili.

1) Spesso non conosce il cinema. Non abbastanza, o non fa professione d’umiltà quando ha delle lacune su certi periodi storici, registi, sceneggiatori, sulla materia del raccontare. È comprensibile, tutti ce le abbiamo (non siamo e non dobbiamo essere a tutti i costi dei garzantini), ma l’importante è stabilire subito le regole del gioco. Ti parlo di questo perché ne so, ma non di quest’altro perché non ne so (ancora) abbastanza. Almeno per evitare figure di merda. Prima di Tarantino c’era Peckinpah, per citare uno tra gli idoli più comuni tra i cinefili, ma era in anticipo sui tempi e non se lo cagavano quanto si sarebbe meritato. Non entriamo nel merito di quelli che scrivono anche di altro, novelli tuttologi.

2) Spesso non sa scrivere. Se fossimo tutti Hemingway saremmo anche altrettanti meridiani Mondadori, magari al 25%. Non prima di aver combattuto qualche guerra civile, certo, ma i segni non devono essere visibili in pubblico. Mi spiego: c’è tanto tempo per sbagliare, stracciare le prime versioni di tutto. Possibilmente, prima della pubblicazione. Perché la mia reputazione di artigiano attento ai dettagli (siamo in pochi) dev’essere annacquata da qualcuno, e sono in tanti, che non ha abbastanza dimestichezza con la grammatica, la sintassi, la punteggiatura? La semantica? Più semplicemente, che non riesce a creare il suo stile, non plasma la sua personalità? È normale, è legittimo che un pezzo critico ci parli dell’oggetto, ma pure del soggetto. È il soggetto che cattura l’attenzione, è il modo in cui l’autore ti parla a far tornare il lettore sul tuo blog, la volta successiva. Leggete un brano a caso da questo bel blog e capirete di cosa sto parlando.

Facciamo qualche esempio. Quante volte leggiamo “protagonista principale”, “contenitore contenente”, discordanze o virgole (virgole!) tra soggetti e verbi? Avverbi che pascolano impunemente, ripetizioni imbarazzanti, vocabolari ristretti a poche centinaia di termini, errori di battitura? Tutto in ordine rigorosamente sparso, così come lo si percepisce. E infine (ma questo è un problema soprattutto mio) c’è chi cerca di fare il simpatico ma non ce la fa. O sei simpatico o non lo sei: io ho scelto di fare lo stronzo, che mi sembra molto più facile. Loro sono simpatici, per esempio. O se non lo sono, e si limitano a fare i simpatici, lo fanno così bene che tutto sembra naturale. Eppure tutti abbiamo (o abbiamo avuto) un vocabolario, in casa, o una cazzo di grammatica. Tutti avremmo dovuto avere una maestra che, con una candida ma crudele ingenuità, ci dissuadesse dal fare gli scrittori, da grandi. Io, purtroppo, non ce l’ho avuta.

E allora perché alcuni o molti di questi blog sono piuttosto seguiti? (A proposito: non entriamo nel vicolo cieco del “piuttosto che”, è meglio). Hanno il pubblico che si meritano? Dobbiamo pensare che “il pubblico che si meritano” rappresenti la maggior parte del totale?

A costo di sembrare ripetitivo, consapevole che potrei darmi la zappa sui piedi, ribadisco che sono necessarie solo due cose per scrivere di cinema. Conoscere l’oggetto e conoscere il mezzo, che finiscono per fondersi e per creare una terza cosa. Cinema + scrittura = scrivere di cinema. È bello essere un blogger, senza H, indipendente, anche quando la tua categoria non gode di una reputazione invidiabile (in genere ogni categoria ha le sue croci e le sue delizie), ma a qualcosa dobbiamo pur sottometterci. La buona scrittura.

400 colpi di tastiera # 37 – Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

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Brian-di-Nazareth-recensione

C’era una volta Gesù di Nazareth, ma pochi sanno che quella stessa notte nacque anche un altro pargolo. Brian. Romano, ma odia i Romani. Predicatore improvvisato, ma odia i suoi seguaci. Immerso in un’improbabile Giudea a metà tra gli anni ’80 e l’anno zero, assoldato da un gruppetto di fanatici che vogliono liberarsi di Roma. “Cosa ci ha dato, a parte l’acquedotto, le fognature, i muli in orario?”

Brian di Nazareth, in 400 colpi.