Il grande Gatsby – Baz Luhrmann, 2013

il-grande-gatsby-isla-fisher-teaser-poster-usa-01_midMeglio mettere subito in chiaro che nel Grande Gatsby di Baz Luhrmann non si respira lo stesso spirito del breve romanzo di Fitzgerald, il quid responsabile del suo fascino: resta meticolosamente fedele alla sua trama, anche più del Grande Gatsby del 1972, diretto da Jack Clayton e sceneggiato da Francis Ford Coppola. La fedeltà, però, non è una dote in sé: anche Tom Buchanan è fedele a Daisy, all’apparenza…

Il quid di cui sopra, la causa vera della bellezza del romanzo che la trasposizione filmica non riesce a valorizzare, è la triste e vuota spensieratezza di quegli uomini ricchi e annoiati: la si può raccontare con grande efficacia a parole, se si ha il talento di Fitzgerald; si può indugiare in descrizioni di stati d’animo come di vestiti o comportamenti, tutti funzionali allo scopo di dipingere un preciso e specifico ambiente. Fare la stessa cosa al cinema, con la voce narrante, è molto più difficile e può risultare ridondante: proprio quello che succede col Gatsby di Luhrmann, che pure fa dell’eccesso e dello sfarzo la sua chiave di lettura, con frotte di scatenati che popolano le feste di Jay Gatsby, folle di automobili per le strade di New York, folle di lavoratori a Wall Strett, ogni genere di ricchezza nelle mura del Grande Castello. Ma se il narratore ci racconta qualcosa e subito dopo la vediamo sullo schermo, allora il piacere della visione non è così appagante perchè smorzato dalla ripetizione. Ridondante, dunque, ma comunque apprezzabile in alcune scelte coraggiose, e forse riuscite, come la contaminazione tra età del jazz e musica hip hop; di certo gradevolissime le interpretazioni degli attori e soprattutto di Leonardo Di Caprio, tanto diverso da Robert Redford e tanto affascinante in un ruolo che sa dominare. Qualche dubbio leggittimo si nutre verso il 3D, che non sembra giustificato se non in qualche giochetto grafico, ma che disturba per 120 minuti di sagome bidimensionali su piani diversi. O è forse una metafora dell’intera vicenda?

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Paolo Ottomano

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Slow Food Story – Stefano Sardo, 2013

slow-food-storyUn documentario di circa 70 minuti in cui si racconta la storia di una bischerata, come lo stesso regista la definisce, sfociata in una multinazionale no-profit dedita alla cultura del buon cibo e del diritto al piacere: è Slow Food Story, appunto storia di un movimento nel suo piccolo – e poi sempre più grande – rivoluzionario come il suo leader carismatico, che ci mette sempre la faccia. Carlo Carlìn Petrini.

Tutto comincia nel 1986 quando nasce Arcigola, sezione dedicata alla gastronomia del circolo ARCI di Bra (Cuneo): un gruppo affiatatissimo di amici già conosciuti nel loro paese, che avevano vissuto altre avventure come la nascita e la fine di una radio indipendente, riesce a diffondere questo suo entusiasmo oltre i confini regionali e nazionali. Nel 1989 nasce ufficialmente Slow Food, movimento che si propone di riscoprire tutto ciò che riguarda il piacere di mangiare sano, valorizzando i piccolo produttori locali. Un anno dopo nasce l’omonima casa editrice i cui best sellers Osterie d’Italia vendono tantissimo in tutta Europa. Nel 1996 si tiene in primo Salone del gusto di Torino e l’affluenza è tanto alta da sorprendere gli organizzatori e nel 1999 Slow Food approda anche in Australia, prima di sbarcare nel mondo del fast-food negli USA nel 2004. Questa serie di date, di traguardi, dovrebbe da sola rendere l’idea di cosa il carisma di Petrini e dei suoi amici, tra cui il narratore Azio Citi, è riuscito a realizzare: partendo dal nulla, dal solo diritto al piacere che è l’imperativo categorico dell’organizzazione. Perchè, in sostanza, non si dovrebbe mangiare bene? Perchè non si dovrebbe godere i frutti della propria terra – e ogni terra in ogni parte del mondo ha i suoi prodotti che i suoi produttori devono saper valorizzare – e non si dovrebbe dedicare una parte del proprio tempo per mangiare con piacere? Da queste domande, tanto semplici quanto desideri spesso difficili da realizzare, si sviluppa una storia ancora in corso e raccontata con dei toni consoni allo spirito dei protagonisti. Montaggio incalzante, intermezzi di animazione e vario materiale di repertorio, tra cui spiccano i convegni – cabaret di Petrini e del suo traduttore inglese, capaci di informare, appassionare e divertire un pubblico evidentemente alla ricerca di storie e cibo genuini. Ci voleva soltanto qualcuno che gli spiegasse dove trovarli.

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Paolo Ottomano

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Effetti collaterali – Steven Soderbergh, 2013

effetti_collateraliOperazione commerciale non troppo felice negli Stati Uniti, Effetti collaterali (Side Effects) è tuttavia un buon film: una sceneggiatura solida che rivela la sua forza soprattutto nel finale intercambiabile – nel senso che il twist degli ultimi minuti cambia decisamente il senso di alcuni eventi, ma anche senza tale rivelazione la storia avrebbe conservato un senso compiuto.

Se è vero che la morte corre sul fiume, in questo caso possiamo affermare che passeggia sul confine non sempre visibile tra pazzia e sanità mentale, così sottile che anche chi è del mestiere fatica a dominare la materia. Questi è lo psichiatra Johnathan Banks (Jude Law), un passato apparentemente poco limpido e una tranquilla vita familiare che lo attende. Per arrotondare sul suo stipendio, accetta di sperimentare un nuovo prodotto che una casa farmaceutica gli commissiona. Le complicazioni cominciano quando Johnathan incontra Emily (Rooney Mara), una ragazza depressa che ha già tentato il suicidio, ma che vuole trovare una soluzione migliore al suo male. Emily, infatti, è caduta in depressione non appena il suo fidanzato Martin (Channing Tatum) viene arrestato per insider trading, e non basta il suo rilascio per migliorare il suo umore. È proprio da quel momento, e dal giorno in cui il dottor Banks le prescrive delle pillole, che Emily perde gradualmente il controllo di se stessa. Soderbergh è bravo a creare un’atmosfera tesa ma non insostenibile e a gestire uno stile visivo virato al grigio, pieno di colori poco saturi: metafora di un mondo in cui entrambi i personaggi principali sono impegnati nella ricerca della verità, battendo anche strade poco lecite, senza riuscire mai ad arrivare in fondo. C’è comunque da dire che il percorso narrativo, sebbene sia credibile, sceneggiato con i tempi giusti e le prove degli attori siano molto convincenti, si avvicina spesso al prevedibile: un percorso lineare dell’eroe ferito, che galleggia a fatica nelle avversità e in alcune situazioni fin troppo collaudate, ma che non molla mai, pur ritrovandosi solo. È pur vero, allo stesso modo, che gli archetipi narrativi che funzionano bene si possono ricondurre quasi tutti alle stesse matrici: quelle che ci spingono a guardare film da più di cent’anni.

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Paolo Ottomano

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Il ministro – Pierre Schoeller, 2012

il_ministro_locandinaCome recita il sottotitolo de Il Ministro, il film racconta la storia di un uomo nell’esercizio dello Stato: ma dipende da cosa si intende per Stato. È l’insieme dei cittadini che sfruttano l’unico potere in loro possesso per affidare a qualcuno più esperto di loro il compito di governarli – almeno sulla carta? O è solo quel ristretto manipolo di politici, appunto eletti e rappresentanti una collettività molto più ampia, di cui spesso ignorano deliberatamente o inconsapevolmente i bisogni? L’aspetto più evidente e il pregio di questo film risiede proprio nel cavalcare quest‘ambiguità e non superarla, restituendo l’immagine del ministro dei trasporti – ma poteva essere quella di un qualsiasi ministro, dall’economia alla sanità all’istruzione – in mezzo a due fuochi, nel suo massimo sforzo per alimentarli entrambi ma senza mai riuscire a proteggersi dalle scottature.

L’occasione che potrebbe permettere a Bernard Saint-Jean di dimostrare la sua capacità di gestione si presenta nel cuore della notte, quando il suo capo di Gabinetto lo sveglia per comunicargli una notizia: un pullman è precipitato in un burrone. L’istituzione deve recarsi sul posto e segnalare la sua presenza, spiegare ai cittadini cosa è successo è rassicurare tutti del fatto che non permetterà il ripetersi di incidenti simili. Ma cosa si deve esattamente fare, in queste circostanze? Cosa è più urgente, tra la smentita di una dichiarazione e la cura dei rapporti con i colleghi ministri? Il personaggio di Saint-Jean non sembra avere il polso della situazione e nemmeno la faccia, l’immagine per imporsi ai media come un risolutore: glielo fa notare anche il capo del suo staff, Zabou Breitman / Pauline; si evince dal solo tipo di rapporto che Bernard ha con sua moglie, la sveltina prima di addormentarsi. Emerge soprattutto nella chiave di interpretazione del film, che sembra essere la notte trascorsa con il suo nuovo autista e sua moglie, emblema del contatto diretto che un ministro può avere con il suo popolo: presuntuoso, insoddisfacente ma smanioso di rimediare nel modo più rocambolesco. Anche questo un totale fallimento dalle conseguenze ben più gravi del previsto.

Se il punto di arrivo del film è chiaro e racconta l’ambiguità e spesso l’incoerenza di un uomo di stato alle prese con le sue priorità, il modo in cui lo si raggiunge manca di quel mordente che, per esempio, avrebbe potuto giustificare il trionfo ai Premi César (Migliore Attore non protagonista, Migliore sceneggiatura) e il Prix Fipresci de la critique internationale; quella continuità di sceneggiatura in cui una sequenza succede necessariamente a un’altra e che non appesantisce, che non allontana da un tema che – è innegabile – può non avere molto appeal in un pubblico come quello attuale, spesso disaffezionato alla politica.

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Paolo Ottomano

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Aquadro – Stefano Lodovichi, 2013

AQUADRO-LocandinaL’istinto degli adolescenti a ribellarsi e la loro insofferenza verso gli adulti in particolare, e il mondo circostante in generale, potrebbe attraversare un numero infinito di generazioni ed esprimersi in altrettanti modi diversi, pur restando sempre uguale nella sostanza. Alcune costanti accomunano infatti questa categoria, che sia vissuta nel ’68 o negli anni Zero: il desiderio di non essere oggetto di giudizio e pregiudizio prima che di comprensione, per esempio, o il diritto di non prendere ordini da nessuno che non sappia leggere dentro di loro. Ma la necessità che emerge con più forza, che attraversa dall’inizio alla fine Aquadro, è quella di sbagliare con le sole proprie forze: l’unico modo per comprenderne le conseguenze, assumersene le responsabilità e guardare su di sé, prima che negli occhi degli altri, il cambiamento. E non sembra un caso che proprio chi per primo giudica, spesso giustamente ma altre volte senza scendere in profondità, i comportamenti degli adolescenti, rimanga sempre fuori dalla storia o dalla messa in scena: è una scelta felice quella di non lasciare spazio a quel genere di adulto severo ma poco comprensivo, come può esserlo una preside più preoccupata dalle conseguenze mediatiche di un evento che dall’evento stesso.

Amanda e Alberto, i due protagonisti, non sono così diversi dagli altri ragazzi: entrambi cercano un’identità che possa distinguerli ma che al tempo stesso loro possano condividere con qualcuno. Lei è una ragazza timida, per nulla spigliata come la sua migliore amica, che vorrebbe invece iniziarla ai piaceri del sesso durante una gita scolastica. Lui, invece, è un ragazzo taciturno e subito attratto da Amanda. Che non tarda a ricambiare. La loro storia, però – e per fortuna – non assomiglia alla maggioranza delle storie d’amore adolescenziali raccontate dai film, dai teen-drama o dalle docu-fiction che imperversano nei canali televisivi più giovani e giovanili, seppure si debba tener conto di alcuni snodi narrativi essenziali per raccontare l’evoluzione di un rapporto in poche immagini. Non è un rischio semplice da evitare, se si considera pure che il tema centrale è un argomento attuale, sul quale spesso l’informazione generalista pecca di superficialità e pressappochismo: il rapporto che gli adolescenti hanno con il sesso e le tentazioni, le perversioni che Internet e che un videofonino rendono più accessibili. E forse più accettabili, agli occhi di chi ne rimane vittima.

La vittima stessa di un comportamento trasgressivo ma irresponsabile non è la sola Amanda, che perde qualcosa di ben più importante della sua verginità. Prima ancora che Amanda, infatti, è Alberto la vittima di se stesso: cerca le amicizie dove mai potrà trovarle e scappa invece dall’unico posto in cui potrebbe farlo, seppure soffrendo. Quello che conta di più, che è messo in evidenza con decisione nella storia è il cambiamento di Amanda, che tira fuori una sorprendente riserva di coraggio, e di Alberto, che non rimane impunito per i suoi errori. Aquadro è un film che parla di ragazzi ma che non è di parte, non incensa nessuno. Racconta di adolescenti che si sono presi il loro tempo, che l’hanno fatto a modo loro, sbagliando e facendo soffrire qualcun altro. Ma che adesso sono cresciuti, e sono meno soli.

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Dead Man Down (Il sapore della vendetta) – Niels Arden Oplev, 2012

dead_man_down_locandinaGli elementi per un thriller avvincente, anche se non particolarmente profondo od originale, ci sarebbero tutti. Victor (Colin Farrel) è l’uomo di fiducia del boss Alphonse (Terrence Howard), preso di mira da un assassino che uccide progressivamente gli uomini della sua banda. Darcy (Dominic Cooper), un altro membro della gang, vuole scoprire a tutti i costi l’assassino per mettersi in mostra agli occhi del suo capo. Victor, nel frattempo, conosce Beatrice (Noomi Rapace), una ragazza che vive nel palazzo di fronte al suo e che trova il modo di ricattarlo. Finendo però con l’innamorarsi di lui, e viceversa…

Questa piccola sinossi dovrebbe bastare a spiegare perchè Dead man down non è un film ben riuscito, sebbene le premesse non fossero quelle di una storia un po’ scontata, per certi versi, e con dei colpi di scena inaspettati ma fuori luogo, per altri. Nel primo quarto del film, infatti, l’alone di mistero e di confusione che ruota attorno ai personaggi pare infondere un minimo di curiosità e disposizione ad aspettare pazientemente il primo turning point. Non mancano però alcune situazioni, come le sparatorie semi-gratuite e l’irruzione nella camera da letto del boss rivale, proprio nel momento dell’amplesso, che sembrano piazzate lì più per convenzione che per necessità e che abbassano di certo la soglia dell’attenzione. Il primo turning point, però, arriva: Beatrice, la dirimpettaia sfregiata, assiste a un omicidio in casa di Victor e propone a questi uno scambio: il suo silenzio in cambio di un favore. Lo stesso Victor dovrà vendicare lo sfregio che la ragazza ha subìto in un incidente d’auto uccidendo il conducente, ubriaco.

L’alternanza di buoni spunti narrativi, segreti che emergono poco alla volta e rivelazioni tautologiche, come se la sceneggiatura fosse stata scritta un po’ con la mano destra e un po’ con la sinistra – come se fosse ciclotimica – sconcertano un po’. Dispiace infatti che una narrazione potenzialmente migliore, che poteva aspirare senza troppi complessi d’inferiorità al noir, precipiti in alcune voragini che nel finale conducono direttamente in una colata di magma informe. Banale è l’aggettivo più consono per Il sapore della vendetta, un agrodolce troppo dolce e melenso nel finale e troppo magro nella gratificare lo spettatore.

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Paolo Ottomano

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Bound for glory (Questa terra è la mia terra) – Woody Guthrie

bound for gloryWoody Guthrie è l’America di cui tanti hanno scritto, quella dei vagabondi che la girano tutta in cerca di un lavoro, di un tozzo di pane, di un po’ di buona compagnia e di qualcosa da ricordare e raccontare ai propri figli, se mai riusciranno ad averne: lui l’ha fotografata prima degli altri. È il precursore di tutti i cantautori folk americani e anche della beat generation, dei viaggi senza fine attraverso gli States, della libertà di avere tutto un paese a propria disposizione e, allo stesso tempo, del doversi inventare qualsiasi cosa per mangiare, almeno una volta al giorno.

La gioia di vivere e un orgoglio delle proprie origini sono così radicati in lui e impressi con una tale forza nel suo romanzo che, a leggerlo, viene voglia di mollare tutto e partire per un viaggio senza meta, accompagnati solo dalla propria chitarra e tanta curiosità. Prima di arrivare a tutto questo, però, molto spazio è dedicato all’infanzia di Woody. Come nei ricordi delle persone, in cui proprio l’infanzia appare come un tempo sterminato, vago, spesso felice e sicuramente più lungo di quello che è stato in realtà, Woody bambino occupa più della metà del romanzo e giustifica l’attaccamento che chiunque abbia vissuto un’esperienza come la sua conserva per i propri natali. Woody è un bambino curioso e costretto ad affrontare una situazione familiare difficile: il padre non riesce a trovare un lavoro stabile e necessario a sfamarli; deve poi superare la morte della sorella in un incendio e fronteggiare la crudeltà, infantile, degli altri bambini del paese, che lo prendono in giro per la malattia della madre.
Non bastano i continui spostamenti per trovare un po’ di serenità. Furore, di John Steinbeck, prende a piene mani dai racconti di Guthrie, soprattutto quando descrive gli accampamenti della gente che cerca lavoro vicino ai pozzi di petrolio o in qualunque altro posto: troppa gente per quello che c’è da fare e nessuno vuole andar via. Lo spirito di Guthrie, però, è più positivo e scanzonato, convinto che una soluzione positiva possa esserci comunque.

Sopportare una successione di disgrazie come quelle che l’hanno colpito e non darsi per vinti; barcamenarsi per lavorare e sopravvivere; andare in giro con la propria chitarra, che lui chiamava il suo “buono pasto”, e nient’altro; cantare canzoni di protesta e di speranza sul tetto di un treno con la pioggia che sferza il volto e impregna la chitarra non è il sogno di chiunque. Leggerlo e immaginarselo, però, ha tutto un altro effetto.

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Hitchcock – Sacha Gervasi, 2012

hitchcock_locandinaAncora una volta le aspettative: il più grande nemico dello spettatore, de critico, del cinefilo, del regista, dell’attore. Di tutti quanti, insomma, ed è impossibile non tirarle in ballo quando si va a vedere un film che comincia – e finisce – per Hitchcock.
C’era stato un film per la televisione prodotto e trasmesso dalla HBO, The Girl (Julian Jarrold, 2012), che pure parlava del regista britannico (interpretato da Toby Jones) e dell’ossessione per i suoi film, per le sue innumerevoli bionde protagoniste. Il ritratto complessivo era quello di un uomo viscido e solo, a metà strada tra il desiderio di possedere la vita e il sesso delle sue attrici e la disperata consapevolezza della sua impotenza, del dolore e dell’ingratitudine verso la sua fedele compagna di vita e lavoro: Alma Reville in Hitchcock, appunto. Il personaggio che interpreta Anthony Hopkins, invece, è un uomo più tranquillo e bonario, che comunque non nasconde il desiderio, l’attrazione per le stelle dei suoi film: ne contempla inquieto i volti bellissimi ritratti nelle fotografie, conservate con cura nel suo studio. In quest’interpretazione e in questa sceneggiatura, però, prevalgono la delusione e la rassegnazione: perchè le sue star, come Grace Kelly o Vera Miles, lo hanno abbandonato? Perchè hanno scelto la famiglia, per esempio, invece di un posto assicurato sui tappeti rossi di Hollywood per almeno un ventennio? La domanda più importante, però, è: come può Alfred Hitchcock riconquistare l’amore di Alma, che è sempre stata al suo servizio e che ha sentito il bisogno di evadere?
Proprio su questa domanda tornano prepotenti le aspettative a rovinare tutto. Nonostante il film si concentri proprio sul rapporto tra marito e moglie e non tanto sui retroscena di Psycho, infatti, i conflitti non sembrano condotti abbastanza in profondità. Non ci sono dei momenti in cui, sul serio, sembra che le incomprensioni tra i due – che pure devono essere state profonde, dolorose – possano andare molto oltre le scaramucce à la Casa Vianello. Il climax non pare soddisfacente, per quanto è convenzionale e sbrigativo. Ed è un peccato, perchè il cast (Hellen Mirren, Scarlett Johansson, Jessica Biel, Toni Collette, tra gli altri) lasciava sperare in qualcosa di meglio. È un peccato perchè la parte meno oscura e più ironica di Hitchcock, carica comunque di humor nero inglese, è ben riuscita; e anche perchè Hopkins interpreta in modo credibilissimo e senza sbavature Hitchcock, che nel doppiaggio italiano ha la voce di Gigi Proietti: quest’ultimo, invece, pare poco adatto al personaggio e al corpo del regista. È un peccato perchè il trucco, affidato alle mani di Gregory Nicotero (The Walking Dead) fa sembrare Anthony Hopkins ingrassato davvero, dettaglio comunque influente per la sospensione dell’incredulità. È un peccato, infine, perchè il capitolo Psycho – con cui comincia e finisce la storia – è trattato solo superficialmente: un affondo deciso, in questo caso, non avrebbe guastato.

Il film sarà al cinema dal 5 aprile e la sua recensione è presente anche su Cinema4stelle.

 

Paolo Ottomano

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Educazione siberiana – Gabriele Salvatores, 2013

educazione_siberiana_posterNon è facile formulare un giudizio critico uniforme e deciso su un film come Educazione Siberiana, sicuramente a causa delle aspettative di cui lo si può aver caricato. Il regista, John Malkovich e il fatto che si abbia letto e apprezzato molto il libro possono sicuramente aver influito, nel bene e nel male.

Nel bene perchè non è facile trarre una storia con una trama principale che la conduca da un libro episodico, aneddotico, tenuto insieme soprattutto dal fatto che il narratore è anche il protagonista. Nel suo romanzo, infatti, Nicolai Lilin racconta del suo percorso all’interno della comunità dei Siberiani, un clan di criminali onesti soggetti a delle regole di condotta rigidissime, sacre. Il collante degli stralci di vita che Lilin racconta è la sua stessa coscienza, che apprende poco alla volta i comandamenti che deve rispettare dall’autorevole nonno Kuzja (John Malkovich, nel film); ci sono poi personaggi ricorrenti come gli amici, il tatuatore e anch’egli maestro di vita, a suo modo; antagonisti perenni come la polizia e uno dei clan rivali, quello dei georgiani; la figura di Xenja, fragile ragazza ritardata o, per dirla coi Siberiani, voluta da Dio, e per questo motivo da proteggere a ogni costo. C’è infine Gagarin, sincero amico di Kolima: destinato a una vita totalmente diversa dalla sua, è un’occasione proprio per Kolima di scegliere se dare ascolto alla dottrina che ha plasmato la sua vita.

Nel male perchè, a volte, la trasposizione non pare troppo felice. L’aspetto che più degli altri si fa notare è una certa fretta nello spiegare le regole della comunità e nel presentare le situazioni che le rendano chiare, esplicite. Nei minuti iniziali, infatti, sembra di assistere a un elenco frettoloso di eventi più che alla nascita di una narrazione. Ad aggravare le cose ci si mette anche una tendenza a passare le informazioni attraverso i dialoghi dei personaggi, in particolar modo attraverso le massime che nonno Kuzja insegna al piccolo Kolima / Nicolai (Arnas Fedaravicius): un espediente che potrà anche ritenersi necessario, quando ci sia davvero molto da dire, ma che è molto più accettabile in un racconto scritto che in un film. Con il trascorrere dei minuti, però, il ritmo rallenta e l’alternanza di piani temporali – l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza di Kolima a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 – rende giustizia a una storia comunque avvincente, accompagnata da una colonna musicale appropriata e coinvolgente ma talvolta invadente. In qualche frangente, infatti, pare che il commento musicale voglia imporre dei cambi di tono con troppa autorità, rubando la scena ai fatti azichè sottolinearne l’umore. Resta monco il giudizio sugli attori, doppiati ma molto credibili nella loro presenza scenica. Molto curata è invece la ricostruzione degli ambienti (il film è stato girato in Lettonia, ricreando l’ambiente della Russia di quegli anni), che contribuisce a trasmettere un’atmosfera da western atipico.

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Paolo Ottomano

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La via del tabacco – Erskine Caldwell, 1932

la_via_del_tabaccoUn fanatico, un bigotto o anche una persona con delle idee ancora quasi condivisibili, ma che tendono pericolosamente al fondamentalismo, si ritroverebbe con piacere in più di un personaggio de La via del tabacco, nitida e cruda fotografia di una tragedia familiare.

Ogni componente della famiglia Lester, infatti, ha in sé qualcosa che lo caratterizza fortemente e lo imprime nella memoria, fosse anche solo per il disprezzo che si può provare nei suoi confronti, o più spesso per la pietà: quella stessa pietà che si prova per un idiota, che – suo malgrado, e spesso anche per quello delle persone che lo circondano – non conosce che un modo di pensare e di agire. Quella pietà ancora più grande che è impossibile non provare quando queste persone giustificano le proprie scelte culturalmente, perchè sono sempre vissute in un certo modo, e perchè cambiarlo? Se il Galileo di Brecht avesse un lanciafiamme a portata di mano, non avrebbe esitato a bruciarle. Tutto questo Vale per Jeeter, capofamiglia ma senza un briciolo residuo di autorevolezza, che non riesce proprio a capire che la sua terra, attraversata dalla via del tabacco ormai deserta, mai più darà frutti. Ma di andare a lavorare nella filanda non se ne parla: Dio mi ha dato questa terra, sostiene, e farà qualcosa per aiutarlo. Ma, intanto, da quella terra secca e indifferente non si muove. Vale anche per Bessie, predicatrice abilissima (o realmente invasata?) nel giustificare i suoi comportamenti spregevoli, la sua disponibilità sessuale, nascondendosi dietro l’esile figura di un Cristo che, questa volta, avrebbe inchiodato lei alla croce e senza nemmeno il conforto di due ladroni al suo fianco. Vale per Dude, che ha solo l’attenuante dell’ingenuità, della giovane età, a suo favore. Vale infine per Lov, marito della figlia più piccola di Jeeter, adorabile dodicenne ancora troppo giovane per soddisfare un uomo.

La via del tabacco, teatro di tempi migliori e ridotta ormai a una polveriera, una piccola via crucis, è lo sfondo di tutte le violenze familiari, dei rimpianti e anche di qualche speranza dei Lester: assiste inerme, senza poter giudicare, come d’altronde non fa mai nemmeno Caldwell: pare soprattutto questo il suo merito più grande, unito a una capacità icastica di disegnare un carattere anche solo con una battuta e, quindi, di creare un’atmosfera surreale ma credibilissima, al servizio della storia. Non c’è nemmeno bisogno di alcun giudizio morale perchè sono i personaggi a parlare de sé, toccando corde che forse ognuno di noi ha dentro, e magari cerca spesso di zittire.

Paolo Ottomano

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