Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca – Ettore Scola, 1970

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dramma-della-gelosia-locandinaLa collaborazione tra Ettore Scola e il duo Age-Scarpelli prosegue in Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, (1970, sceneggiato con lo stesso regista). Sin dalle prime immagini emerge la vocazione di Scola, più politica rispetto a quella di altri re­gisti della Commedia all’italiana: la presenza di vessilli comunisti, della cornice dalla festa dell’Unità. Dal momento in cui si entra nel vivo della vicenda, poi, i livelli narrativi si mescolano sempre con maestria e consapevolezza: emerge un certo distacco metalinguistico dal fatto che gli eventi sono raccontati in flashback nel momento stesso in cui avvengono, e che più versioni dei fatti si sovrappongono colorendo la vicenda. Succede, per esempio, con le domande dei poliziotti e la confessione di Oreste che aprono la storia, presenti nella stessa scena e raccontate direttamente guardando o parlando in macchina.

La vicenda tragicomica e melodrammatica riguarda un triangolo amoroso, quello appunto tra Oreste (Marcello Mastroianni), Nello (Giancarlo Giannini) e Adelaide (Monica Vitti). Amori sinceri, tradimenti e reazioni violente si al­ternano fino al punto in cui un equilibrio pare ritrovato: una coppia felice, che per forza di cose deve escludere – con rammarico da parte di entrambi – il terzo elemento, Oreste. La storia potrebbe chiudersi con tranquillità: Oreste è tornato al punto di partenza, ma ha almeno vissuto un intermezzo felice nella sua vita. Invece c’è la tragedia, perché lui non sopporta di vedere ancora, que­sta volta da sposati, il migliore amico e il suo vecchio e unico vero amore. Ed è nel momento dell’omicidio che il principio e la fine si ricongiungono e si evince l’andamento circolare della vicenda, cui si affianca un’appendice che mostra la disperazione del povero Oreste.

Scola non manca mai di inserire nei suoi film la sua ideologia politica o di criticare i vari livelli di governo, dal locale al nazionale: lo fa anche con Dramma della gelosia, in cui prova a unire l’amore per la bandiera e l’amore per una donna. «Una sofferenza d’amore può in qualche modo essere collegata alla lotta di classe?» chiede infatti Oreste senza però avere una risposta, mentre cerca di riprendersi dalla sua delusione. Delusione che è anche di Scola ma è rivolta al suo stesso Partito comunista in cui non si riconosce più; delusione che parte sempre dalle battute dei suoi personaggi. «Non credevo che voi to­scani foste così compatti» dice infatti Oreste a Nello dopo una manifestazione, e Nello gli risponde invece «E io non credevo che tra i vecchi militanti ci fosse ancora qualcuno disposto a farsi randellare».

The trials of Henry Kissinger – Eugene Jarecki, 2002 – Milano Film Festival #3

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kissinger-locandinaQuesto documentario , tratto dal libro omonimo di Christopher Hitchens, non è mai stato distribuito in Italia. Ci asterremo da commenti sulla questione, purtroppo pleonastici, ma non ne risparmieremo di entusiasti per questo gioiello che è attuale, nonostante noi lo vediamo con un ritardo di oltre dieci anni. Una piccola consolazione: abbiamo potuto godere dell’introduzione dell’autore e della sua cortesia nel rispondere ad alcune domande del pubblico, nel tempo – poco, purtroppo – che separava questa proiezione da quella successiva, nella stessa sala. Non appena cominciamo a contemplare le facce degli intervistati, a guardare le immagini di repertorio e ascoltare attentamente la voce narrante, siamo catturati dallo stile di quei documentaristi che denunciano ma che non vogliono passare sotto i riflettori, come invece ama fare Michael Moore o lo stesso Hitchens. Solo un diverso modo di lavorare, né migliore né peggiore, poiché lo scopo di contro-informare ha basi egualmente solide, ricerche accurate e la capacità di drammatizzare il materiale a disposizione per non mortificarlo in una mera sequenza di date. Lo stesso meccanismo che ci faceva pendere dalle labbra di Errol Morris, per esempio, in The fog of war: il personaggio inquisito era McNamara, ma la cultura della ragion di stato a ogni costo è la stessa che permea ogni atomo del nostro protagonista.

Henry Kissinger è stato tra i responsabili più noti della politica estera statunitense: braccio destro del presidente Nixon, dobbiamo soprattutto a lui alcuni sviluppi ancor più tragici della guerra in Vietnam, come il bombardamento dimostrativo della Cambogia; dobbiamo anche ringraziarlo per il golpe cileno dell’11 settembre 1973, la cui data coincide tristemente con quell’11 settembre più noto alla maggior parte di noi. E anche in questa seconda circostanza Kissinger avrebbe potuto giocare un ruolo cruciale, non fosse stato per il documentario di Jarecki. L’ex segretario di stato, infatti, era stato nominato da Bush nella commissione per indagare sugli attentati terroristici, proprio lui che intrattiene affari nei paesi arabi, ma il regista è riuscito a contattare le associazioni delle famiglie delle vittime e a mostrare loro il suo lavoro, scatenando una protesta e impedendo la nomina del vecchio politico. Un’azione politica, un risultato tangibile: una di quelle volte in cui il cinema riesce a influenzare positivamente il suo pubblico, a metterlo in guardia contro qualcosa che può non conoscere, soprattutto in un paese così bravo a vendere un’immagine di sé tanto orgogliosa ed edulcorata quanto falsa.

Quando qualcuno tra il pubblico, forse un giornalista, gli chiede se è al corrente dei rapporti tra Nixon, Kissinger e alcuni politici italiani, come Napolitano e Andreotti, Eugene Jarecki umilmente risponde che non è abbastanza informato sull’argomento. Ma aggiunge che conosce meglio la relazione tra il fu governo Berlusconi e l’America, all’epoca rappresentata dal degno compare Bush. Berlusconi, ha detto Jarecki, si è spesso detto amico degli Stati Uniti e Bush non ha mai declinato il complimento, contribuendo ad affossare la già compromessa reputazione del Paese agli occhi del mondo. Se un politico che controlla i media e il governo contemporaneamente è un caro amico della “democrazia” più potente al mondo, allora un cittadino americano dovrebbe porsi qualche domanda sul reale stato di salute della repubblica in cui vive. Jarecki ha anche notato che l’americano medio è immerso nell’illusione che il governo abbia una sua moralità, mentre i cittadini italiani sono molto più critici e disillusi nei confronti dei propri governanti. La domanda più dolorosa e scontata che possiamo porci, dunque, è questa: perché eleggiamo sempre gli stessi uomini, se siamo più coinvolti degli americani nel dibattito politico? Perché commettiamo sempre gli stessi errori? E perché, quando ci sembra che un nuovo decente stia avanzando, non è che una caricatura di un passato dittatoriale? Siamo stupidi o siamo solo un po’ ignoranti (nel senso etimologico del termine,a partire dalla scuola elementare), o non mediaticamente alfabetizzati?

2 volte genitori – Claudio Cipelletti, 2009 – Milano Film Festival #2

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locandina-2voltegenitoriIl cinema Mexico di Milano, di solito, ha l’occhio lungo per i film indipendenti, realmente indipendenti, che magari faticano a trovare una distribuzione anche nel loro paese d’origine, ma che hanno portato alta proprio quella bandiera in giro per i festival del vecchio e/o del nuovo continente. 2 volte genitori è uno di questi esemplari, transitati per la sala di Via Savona 57 celebre soprattutto per il suo legame con il Rocky Horror Picture Show. Ultimato nel 2009, è stato riconosciuto miglior documentario a: Milano, 23° Festival Mix; Valladolid, Festival Cinhomo, 2010; Bruxelles, Festival Gay & Lesbien de Belgique, 2011; Zurigo, Festival Pink Apple; Amburgo, Lesbich Schwule Filmtage, 2011; Asti, Asti Film Festival. E che cos’ha di tanto speciale, per essere stato accolto a braccia aperte in luoghi dalla cultura così diversa? Per essere ancora in circolazione – tramite passaparola e al di fuori di circuiti mainstream, s’intende, ma è comunque un segno di vitalità – a cinque anni dalla sua produzione?

2 volte genitori racconta un viaggio, geografico e interiore, di tanti genitori davanti a un interrogativo che li schiaccia: come comportarsi quando il proprio figlio o la propria figlia confessano loro di essere gay? Le immagini, girate nell’arco di alcuni anni, documentano le sedute di un gruppo di persone (che fanno parte dell’AGEDO, Associazione Genitori di Omosessuali) moderato dalla psicologa Lucia Bonuccelli e del formatore Francesco Pivetta. Madri e padri impreparati ad affrontare il coming out dei figli, che hanno però conservato quel briciolo di lucidità per capire che avevano bisogno di aiuto. Le loro esperienze sono contraddistinte da sentimenti comuni e pregiudizi altrettanto diffusi, perché l’educazione che riceviamo fin da bambini è purtroppo tanto simile quanto retriva, ingessata nel tramandare stereotipi sociali attraverso le istituzioni scolastiche e religiose che faticano a comprendere profondamente il mondo in cui sono immerse. Dove ho sbagliato, si chiede un padre. Oppure cos’ha lui che non va, o ancora una madre si domanda perché una gemella è etero e l’altra è lesbica, se condividono il patrimonio genetico. Guardando il bicchiere mezzo pieno, però, il dialogo – seppure in una fase iniziale sia litigio e incomprensione – è già un buon punto di partenza. Tante sono le famiglie in cui l’argomento è tabù e i figli non possono esprimersi, e la diffusione di video virali sui social network ha solo reso più noto al pubblico un fenomeno che esiste da sempre. Se pensiamo che solo trent’anni fa l’omosessualità era ancora considerata – non da un manipolo di incolti, ma dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – una malattia mentale, e se ci sono ancora Paesi in cui è considerata un reato (in altri luoghi “civili” è creduta solo una scelta discutibile e disgustosa e non sanzionabile, ma i diritti civili e sociali di un gay non sono ancora equiparabili a quelli di un eterosessuale) capiamo che dobbiamo lavorare tanto perché si diffonda una cultura della differenza come arricchimento, e non come minaccia.

2 volte genitori comincia a essere adottato da alcune scuole come introduzione a una formazione sul tema, ma non basta: siamo ancora tutti convinti che il Gay pride sia solo un raduno di pervertiti, perché è quello che fa notizia. In quanti sappiamo, invece, che da una ventina d’anni esiste l’AGEDO e che tantissimi genitori manifestano insieme ai figli, sperando che un giorno anche le migliaia di giovani che marciano possano confessarsi senza timore di essere rifiutati?

Brides – Tinatin Kajrishvili, 2014 – Milano Film Festival #1

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Brides-locandinaBrides. Spose che agognano il momento in cui si legheranno per la vita a un uomo che forse non rivedranno mai più. È solo dal 2009 che, nelle prigioni della Georgia, sono permesse le visite ai detenuti: un’ora attraverso un vetro e una cornetta, una volta al mese. Poi si aggiunge una tortura più sottile: il permesso di trascorrere un giorno intero col proprio marito, nel surrogato di una casa che è un ibrido tra un container e il set di un film crudele, il cui finale è rimandato all’infinito. Un tempo, inteso come scorrere dei minuti, che è sospeso e non c’è nulla che riesca a farlo scorrere più velocemente; un tempo, come epoca, che è deliberatamente e felicemente lasciato sempre fuori campo per aumentare il senso di angoscia e spaesamento, dei personaggi e degli spettatori. Goga, il marito della protagonista Nutsa, ci riflette su: come può trascorrere la giornata un detenuto che può solo fare la fila per il bagno, per la colazione, per usare il telefono? La sua unica ragione di vita è sperare che la sua famiglia non si stanchi di aspettarlo, e che il mondo sia ancora riconoscibile quando lui uscirà. Nutsa ci prova, ad aspettarlo, ma anche gli sposi che vivono lontani possono litigare, entrare in crisi.

Tinatin Kajrishvili, giovane regista e produttrice, ha avuto il coraggio di raccontare una storia poco lusinghiera per il suo paese – ogni nazione ha i suoi scheletri nell’armadio, e Sabina Guzzanti ce lo ricorda con La trattativa – ma è comunque riuscita a ottenere i finanziamenti dallo Stato stesso, oltre che da una coproduzione francese. “Sto condividendo sei anni della mia vita”, ha detto al pubblico poco prima che la proiezione iniziasse, e dev’essere una piacevole gratificazione farsi rincorrere dagli organizzatori di un festival che scelgono la sua opera, dopo averla adocchiata ad un altro festival: da Berlino a Milano solo con la forza delle immagini. Brides, infatti, sfrutta al meglio lo specifico filmico: i dialoghi non sono protagonisti perché lo sono gli ambienti (la prigione reale, gli appartamenti ex sovietici diroccati), i volti delle spose, spesso rinchiusi in un primo piano che è ampio quanto le sbarre che le separano dai loro mariti. La vera chicca del film, però, è il finale aristotelico: poco prevedibile ma necessario, coerente con la storia. Speriamo che trovi una distribuzione italiana.

L’armata Brancaleone / Brancaleone alle crociate – Mario Monicelli, 1965 / 1970

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brancaleone-gassmanL’armata Brancaleone e Brancaleone alle crociate (Mario Monicelli, rispettiva­mente 1965 e 1970) possono essere considerati insieme: sono infatti due ca­pitoli indipendenti di una stessa saga, quella del cavaliere scalcinato Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman) e del suo seguito altrettanto im­probabile. Ciò che ha reso quest’accoppiata memorabile è imputabile a più cause: la scrittura dei personaggi e del loro lessico ancor prima che quella della storia. L’archetipo narrativo è infatti quello dei Soliti ignoti, ma anche quello del Don Chisciotte, avventure da cui ormai si sa cosa aspettarsi (a grandi linee). Il piacere della risata e della suspense deriva dal modo in cui i personaggi com­bineranno l’impresa: l’epico duello con gli sgherri Teofilatto (Gian Maria Vo­lonté) e Thorz (Paolo Villaggio) che si trasforma subito in rissa da strada; il ronzino che non risponde mai agli ordini del padrone ma è bravissimo a tro­vare le vie di fuga; trappole ingegnose che si rivoltano contro i loro autori. E la morte di un personaggio della compagnia, Abacuc (Carlo Pisacane), inevita­bile per lasciare un tocco d’amarezza, seppure inferiore alla media delle com­medie all’italiana per la natura più farsesca del film.

La lingua dei personaggi, invece, è l’aspetto che per forza di cose arriva per primo allo spettatore: un impasto di latino maccheronico, volgare e qualche de­riva dialettale, soprattutto romanesca, che spesso assume la forma di una poe­sia o della strofa di una canzone, anche in rima. Basti citare come esempio una sequenza di Brancaleone alle crociate: per difendere la strega (Stefania San­drelli) dalle accuse del re Boemondo (Adolfo Celi), Brancaleone imbastisce un’arringa tutta in versi, e da questo momento in poi la maggior parte dei dia­loghi sarà espressa allo stesso modo. Ma ci sono anche dei segni caratteristici della parlata all’italiana: l’imprecazione, che si trasforma da «l’anima de li mor­tacci tua» a «l’anima de li tuoi miliori», tradendo una chiara origine medievale. L’immaginario narrativo e iconografico dei film influenza tanto anche i co­stumi e il trucco, aspetto quest’ultimo che rende il personaggio di Gassman ancora più surreale e dimostra l’attenzione degli sceneggiatori nella selezione delle fonti cui si sono ispirati. La parrucca e il cipiglio ricordano infatti quelli di un eroe giapponese, resi in caricatura e necessari per accentuare il divario tra l’ego di Brancaleone e le sue reali capacità. Altra dimostrazione di cono­scenza della letteratura ispiratrice è data da una citazione presente in Brancaleone alle crociate: «Gerusalem sovra tre colli è posta»,[1] parole che pronun­cia Brancaleone mentre il gruppo si avvicina alla città ; parole che apparten­gono alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Anche se non si coglie la citazione, questa è dissimulata così bene nel racconto da appartenere anche a questa storia e da rendere il film leggibile a più livelli, dissacrando poi la fonte.

La sequenza finale è un esempio di un’altra caratteristica comune a molte commedie all’italiana: l’epilogo romanzesco, che chiude una vicenda ma allo stesso tempo pone delle basi potenziali per un’altra avventura. Brancaleone ha un conto in sospeso con la Morte, che all’inizio della sua avventura gli aveva promesso di portarlo con sé. In uno scenario che evoca la partita a scacchi de Il settimo sigillo, la strega innamorata decide di immolarsi per Brancaleone. La Morte è soddisfatta perché «Li conti tornano», la strega si trasforma in gazza e vaga per il deserto sulle spalle di Brancaleone, contento di essere sopravvis­suto e con la malinconia di aver perso, ancora una volta, la donna che lo amava.

[1]«Gerusalem sovra due colli è posta» è il verso originale della Gerusalemme Liberata, canto III, stanza LV

Liberaci dal male – Scott Derrickson, 2014

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liberaci-dal-male-locandinaCosa è legittimo aspettarsi da un film che esaurisce nel titolo il movente della sua visione e realizzazione? Amen, naturalmente. Ma c’è amen e amen. Quello dell’Esorcista marchiato Friedkin, per esempio, era inquietante soprattutto quando lo ripensavamo a lungo dopo l’ultima e la penultima sequenza: il sacrificio – o la misera fine di una psicosi collettiva, a seconda del punto di vista – di un uomo che accetta di accollarsi l’intera responsabilità della vita di chi gli è intorno, rinunciando alla propria. Colpo di teatro in cui è comunque il maligno che vince, e la serenità è solo temporanea. L’esorcista, appunto, è incerto, non emette una sentenza definitiva. Perché è un film di Friedkin, si potrebbe dire, ma è troppo facile e scorretto farlo notare nel 2014 e non nel 1973, quando ad accompagnare la sua sua fama e le sue fortune, poi altalenanti, c’era quasi solo Il braccio violento della legge.

Cosa c’era, invece, ad annunciare Scott Derrickson? Sappiamo che l’horror è il suo ambiente (Sinister) e che si è cimentato anche in quello religioso (L’esorcismo di Emily Rose). Nota: per fare un horror religioso, comunque, basterebbe mettere in scena una pagina a caso dell’Antico Testamento. È curioso, anzi è una constatazione, come ci sia spesso di mezzo un esorcismo quando si vuole spaventare qualcuno, in tanta produzione media contemporanea. O comunque un conflitto con il diavolo, un’entità sovrumana che prende a turno il controllo di qualcuno di noi e ci fa fare cose che non avremmo mai pensato da sobri. Anche in Liberaci dal male ce n’è uno, certo, che ha almeno un pizzico di originalità, un touch of evil: è un meta-esorcismo, se si stira un po’ il significato letterale del termine. Meta come pratica che riflette su se stessa e si spiega passo passo al pubblico, in sala e ai personaggi, attraverso le parole del gesuita che nomina e ripete tutte le fasi del rito al volenteroso aiutante e protagonista (Eric Bana); meta anche come ciò che sta oltre un esorcismo cinematografico convenzionale che non sente il bisogno di commentarsi, tant’è la presunzione che sia un rito scontato e naturale. Prima di giungere all’esorcismo, però, c’è qualcos’altro. E come poteva non essere la solita storia di un padre diviso tra famiglia e lavoro che trascura la prima e si lascia fagocitare dal secondo? Solita non nel soggetto, che è sicuramente comune a molti di noi e realistico, ma trita nelle battute stanche, nella gravidanza che dovrebbe riportare un po’ di brio in un rapporto sempre più sottile, di pari passo con la placenta della moglie; nell’espediente di tirare in ballo i veterani della guerra in Iraq. Non vogliamo sminuire quel tipo di trauma, che non è comunque centrale nella trama, ma rappresentarlo ancora e ancora, senza un tocco di originalità, lo rende inevitabilmente logoro e nauseante.

Ma se c’è una cosa che più di ogni altra infastidisce, anzi irrita parecchio, è la seguente: ossia la parabola (intesa come curva, percorso) di un uomo che abbandonata o comunque relegata nel dimenticatoio una fede religiosa, la riabbraccia sotto il ricatto psicologico di una supposta evidenza, come se quella fosse l’unica maniera di chiudere i conti col proprio passato, bruciando definitivamente i suoi fantasmi. Conditi dall’abuso del rallentatore nel momento drammaturgico dello scioglimento: non potrebbe essere che, per una volta, un accelerato possa avere un effetto alienante e magari più efficace? Le stesse procedure avevano permeato la storia (vera, come ci si affretta a specificare) di Emily Rose: un’agnostica (o una che non ha molta dimestichezza col calcolo delle probabilità e che si rifiuta di scegliere nettamente, quasi come un ignavo) trova una scorciatoia per mettere una toppa sul suo personale vaso di Pandora. Insomma: un packaging che può potenzialmente suscitare curiosità – e Jerry Bruckheimer ne sa qualcosa – ma un prodotto al suo interno che ci libera da ogni rimorso se non andremo al cinema. Amen.

Ecco la recensione su Cinema4stelle.

Un re a New York – Charlie Chaplin, 1957

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la-locandina-di-un-re-a-new-york-145823Chiedere a Chaplin di rinunciare alla pantomima, anche quando non costituisce il perno narrativo del film, è impensabile. Un re a New York, infatti, non nasconde il più grande talento del tuttologo britannico del cinema, che però sa bene che nel 1957 non può più fare affidamento solo su di esso, a meno di non voler confezionare un prodotto nostalgico, dalle dubbie probabilità di successo. Il regista, allora, punta su un’amalgama di elementi che rispecchiano profondamente la sua vita artistica, in primo luogo. La sequenza iniziale, infatti, ci riporta subito alla mente che Chaplin è l’autore di Tempi Moderni, una critica verso la società industrializzata in cui il vortice del progresso tecnico trascina come pecore, su per le scale della metropolitana, individui ipnotizzati da quella sinfonia di una città frenetica. E siamo solo agli inizi del ‘900. Dal momento in cui entra in scena il suo personaggio, poi, ad accompagnarlo c’è sempre la sua consueta ironia e autoironia, o meglio la sua ombra: abbiamo detto che non si esprime soprattutto attraverso lo slapstick, usato per dare più colore alle scene o per autocitarsi con discrezione: emerge invece dai dialoghi, carichi di una satira amara ma troppo smorzata, che rispecchia profondamente la sua vita personale, questa volta. L’attore e regista interpreta infatti il re di un ipotetico stato europeo, Estrovia, che giunge esiliato in America sperando che quel paese così all’avanguardia possa aiutarlo nel suo sogno utopico: usare l’energia nucleare solo a scopi civili. Speranza vana, visto che la febbre da armata rossa da un lato, e l’ossessione dei media per la sua immagine dall’altro, gli renderanno la vita impossibile. Il suo nome, Shahdov, non ha bisogno di precisazioni, e si può interpretare per quello che Chaplin è diventato per gli Stati Uniti dopo il suo esilio, in seguito al delirio anticomunista del maccartismo. Un re a New York, infatti, è rimasto censurato negli USA per un paio di decenni, e capiamo bene in perché: la fresh air che il re crede di respirare, tra grattacieli che nascondono il cielo stesso e pure il mare, in quello che dovrebbe essere l’avamposto per l’Europa, è subito appesantita dalla patina luccicante e al contempo ossessiva del conformismo americano. I soli momenti in cui il re è davvero felice sono quelli in cui può ritornare all’infanzia: spiare dal buco della serratura una donna nella vasca da bagno e corteggiarla, facendo sfoggio della sua sfacciataggine e della sua comicità slapstick, appunto. E quel re è Charlie Chaplin davvero, che si butta contento in quella vasca con tutti i vestiti, e che qualche momento dopo strappa un assegno col quale si sarebbe venduto a quel Paese cui tanto ha dato ma che non merita più la sua attenzione. Un fanciullo maturo, proprio come la sua controparte che è fanciulla anche anagraficamente: il vero figlio del regista, giovanissimo comunista e mosca bianca in un sistema scolastico che forgia i giovani del domani, la cui presenza genera le scene più divertenti di tutto il film. Se gran parte di quei giovani, qualche decennio dopo, ha permesso che George W. Bush diventasse presidente della nazione più influente al mondo, all’epoca, notiamo con quale bontà la satira di Chaplin si abbatta su di loro.

Come ogni buon film di un grande autore, infine, Un re a New York non manca di riflettere sul potere affabulatorio stesso di quest’arte: lo fa, come detto, nell’ossessione per l’immagine che investe il re nelle sue uscite pubbliche e lo fa in una delle scene conclusive, piccola esilarante rivincita di un artista che, come altri grandi artisti (Hitchcock, per esempio) ha immeritatamente ricevuto l’Oscar alla carriera. Se per “Oscar alla carriera” intendiamo un contentino che l’academy consegna a qualcuno che, accorgendosi di aver sottovalutato per svariati decenni, premia per tentare di riabilitarsi. Un’umile ammissione di colpevolezza o l’ennesimo tentativo di dire “l’ho premiato quindi è importante”, e non viceversa? Propendo per la seconda interpretazione.