True Detective #7 – #8

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true-detective-7-8Tu non sei nessuno senza di me, aveva detto Rust a Marty nella sesta puntata. Ma ora devono chiudere un conto in sospeso, continua Rust, senza che il collega voglia dargli retta. E ammettere il debito che l’ex investigatore ubriaco perenne gli contesta.

Senza che ci spieghino cosa l’uno deve all’altro, i due si rimettono al lavoro sul caso irrisolto che li ha tenuti evidentemente uniti a distanza per tutti questi anni, come una ragnatela sottilissima e longeva che si espande poco alla volta nell’angolo polveroso di una stanza buia. Per la prima volta scopriamo che il probabile killer ha una faccia, una casa, una donna – e non si capisce chi delle due è più sporca, come la nemesi di un’oasi in una palude. Marty e Rust ci ritornano , come ai vecchi tempi, non più da poliziotti ma con l’insolita intesa che li ha sempre contraddistinti, che nel momento del bisogno riusciva a sovrastare i contrasti anche profondi che li dividevano. Il loro aspetto è cambiato: baffi e coda, capelli che non ci sono più e girovita un po’ più largo, tutto stemperato da quella che assomiglia a una divisa d’ordinanza. Se avete visto la puntata, è inutile ripetere cosa è successo. Se non l’avete fatto, è il caso di rendersi conto di persona di quello che è successo. Accenniamo solo che Rust piange per la prima volta: sapevamo che era umano anche lui ma non ci aspettavamo una dichiarazione così esplicita. Il suo compito non è concluso ma ora sembra avere di nuovo un compagno nella sua solitudine.

La cosa più interessante in True Detective è l’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti, che partono come colleghi diffidenti e finiscono per sembrare vecchi amici legati dalla cattiva sorte. Come già detto in precedenza, tutto il resto – le indagini, il contesto, comunque organizzati in modo molto credibile e un po’ grottesco, per caratterizzare il tono di tutta l’opera – potrebbero essere certamente scambiati con qualcos’altro. Tutto quello che succede, accade per metterli alla prova e testare la loro resistenza al corso degli eventi, cosa perdono e cosa guadagnano dal cambiamento, e come cambia la loro percezione del mondo. Hanno delle colpe, sono fallibili, anche stronzi e pieni di contraddizioni. Sono come noi.

Diaz – Don’t clean up this blood – Daniele Vicari, 2012

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Per chi se lo fosse perso, riproponiamo la recensione di DIAZ, in onda ieri sera su Rai3.

diaz-vicariIl sangue non è stato lavato via ma è sbiadito poco alla volta e non ne rimangono che aloni dimenticati, come i responsabili di quel massacro: ancora tanti, forse destinati alla prescrizione o alla totale assenza di condanna [al momento della prima stesura della recensione, maggio 2012]. Se non lo sapessimo ancora, infatti, i titoli di coda ci avvertono che il reato di “tortura” non è previsto dal codice penale italiano. Non sarà quindi fatta giustizia per i manifestanti pacifici del G8, italiani e stranieri, vittime di un’orgia di botte che bastava il napalm a trasformare nel Vietnam.

DIAZ è un film necessario ma del quale sconsiglio la visione ai deboli di cuore e di stomaco. La storia incentra la sua attenzione sull’irruzione della polizia nella scuola Diaz, appunto, che in quel momento era la sede dell’Indipendent Media Center italiano e del Genoa Social Forum: organizzazioni apposite per gestire l’enorme flusso di manifestanti giunti a Genova e informare al di fuori dei canali istituzionali. Se è innegabile che le proteste pacifiche siano spesso sporcate da episodi di vandalismo, sfruttate dai violenti per sfogarsi e restare anonimi, è pur vero che la polizia non ha esitato un attimo a scendere al livello dei facinorosi. Forze si, ma non dell’ordine, se per ristabilirlo hanno scelto di aggredire senza distinzioni chiunque si trovasse nel loro raggio d’azione. I corridoi e la palestra della scuola, infatti, sembrano la stanza in cui un macellaio alle prime armi prende confidenza con costate, muscoli, cervello e trippa. Il teatro del macello è il luogo d’incontro anche casuale dei vari personaggi raccontati, tra cui: il giornalista Luca Gualtieri (Elio Germano); l’ex militante della CIGL Anselmo Vitali (Renato Scarpa); l’anarchica Alma Koch (Jennifer Urlich), che partecipa agli scontri per poi occuparsi della ricerca delle persone scomparse. A vedere le macchie del loro sangue per terra, così denso e così tanto, sembra pure che qualcuno avesse rovesciato passata di pomodoro correndo e urlando, schizzando qua e là le ultime gocce ribelli. E se ci venisse il dubbio che Vicari abbia esagerato, basta dare un’occhiata ai servizi dei giornalisti, ospitati anche sul sito ufficiale del film: non ha esagerato.

La ricostruzione dei pochi eventi è realistica, sufficiente e necessaria, e non è piatta la caratterizzazione dei personaggi: il giornalista un po’ idealista ma sotto sotto impreparato, che non ha realmente idea del casino in cui si sta cacciando; i manifestanti violenti, che a disastro compiuto sembrano rendersi conto che un po’ di responsabilità ce l’hanno anche loro. Accanto ai cattivi cattivi, poi, c’è uno spazio per una presa di coscienza – seppur minima e tardiva – di qualcuno tra i poliziotti, come il vicequestore Max (Claudio Santamaria). “I’m sorry” dice a un certo punto a una ragazza, tedesca, che medica come può i cocci del volto di Alma e gli ringhia addosso che servono delle ambulanze: arriveranno soprattutto altre botte e condanne, soprattutto dalla parte sbagliata.

 

400 colpi (di tastiera) # 7 – India Song (Marguerite Duras), 1975

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India_SongRaffinato rapporto tra parola e immagine, inusuale – non nel cinema francese – modo di raccontare una storia senza che i personaggi agiscano sullo schermo, senza che muovano le labbra o anche solo un sopracciglio. Ma è davvero giusto e necessario sottoporci a questo supplizio, senza darci una gratificazione, una tregua, che non sia la colonna musicale o la prima, bellissima, sequenza del tramonto?

India Song, in 400 colpi (di tastiera)

400 colpi (di tastiera) # 6 – Rusty il selvaggio (Francis Ford Coppola), 1983

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rumble-fishRusty James, maschio amaro di Tulsa. Oklahoma. È il fratello minore del Motorcycle Boy, il pifferaio magico. Ha un complesso d’inferiorità ma gli vuole bene, è quello più fragile, è quello che ha una ragazza ma che uno della sua compagnia gliela frega, è quello con un padre alcolista e con una madre che, boh? È il rumble fish che picchia senza un perché. Ma solo alla fine guadagna il suo colore.

Rusty il selvaggio (Rumble Fish) in 400 colpi (di tastiera)

400 colpi (di tastiera) #5 – Escape from tomorrow (Randy Moore), 2013

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escape-from-tomorrowFantascienza e grottesco divertissement per famiglie, parodia dello stile disneyano proprio trale mura del re dei parchi divertimenti, filo logico che è molto arduo scorgere. È una storia che non ci si aspetta, demenziale a tratti, surreale in altri, un po’ frustrante e meno godibile in qualche momento. Non risponde a molte domande, ne pone un bel po’. Quella più importante è soltanto una. Perché?

Escape from tomorrow, in 400 colpi (di tastiera)

400 colpi (di tastiera) #4 – Eraserhead (David Lynch), 1977

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eraserheadUn incubo in cui ogni elemento, ogni dettaglio può essere interpretato in tutti i modi possibili. Dai vermi purulenti al pargolo alieno, che ne pare un’evoluzione; dagli oggetti senza un ruolo specifico ai polli sanguinolenti, ai cespugli di cose. Senza spiegazioni definitive. Le ombre sono sempre più lunghe dei rispettivi personaggi. Fotograficamente e metaforicamente. Il giudizio rimane sospeso.

Eraserhead, in 400 colpi (di tastiera).

True Detective #5 & #6

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true-detective-5-6Guardando con più attenzione la sequenza della sigla, cecando di ignorare i titoli di testa che ci scorrono sopra, ho pensato: probabilmente, alla fine della stagione, potremo ricostruire la trama a posteriori senza guardare un solo episodio, ma solo guardando quella sequenza. Spuntano infatti un paio di personaggi che hanno avuto un ruolo poco chiaro ma hanno seminato tracce qua e là, ma che dovranno passare al vaglio del tempo.

Per adesso dobbiamo accontentarci di cosa scende dal contagocce: tornare infiltrato per una notte sembra aver ricordato a Rust l’infelicità in cui affoga la sua esistenza, svuotata da tutto quello che ha vissuto. Questo stato d’animo viene momentaneamente accantonato dalla gloria che i detective si godono, dopo un blitz in cui hanno ucciso due sospetti. Ciò che raccontano ai loro superiori, però, è una versione dei fatti eroica, edulcorata, che vale una promozione a Marty e una menzione “al coraggio” di Rust. Commentando il continuo scorrere del sangue, nel 2012, Rust sentenzia: “La morte ha creato il tempo per crescere ciò che avrebbe ucciso”, e noi tutti continueremo a rinascere in un flusso continuo, come in una versione un po’ distorta della Samsara.

Se quest’andazzo vale per il 1995, viene fuori anche di più nel 2002 e nel 2012. Nel 2002 le indagini continuano e con loro gli screzi più e meno gravi tra Rust e Marty; ricominciano i tradimenti del moralista Marty, che viene (finalmente) rifiutato definitivamente da Maggie, mentre le figlie hanno smesso da tempo di dargli retta; prosegue il cammino di Rust verso nessun posto, che culmina quando proprio Maggie va da lui disperata, cercando consiglio ma anche sesso selvaggio. Che prontamente rinfaccia al marito, codardo. Nel 2012, per la prima volta, gli interrogatori ai due ex colleghi si concludono: subentra la moglie di Marty, che mente con sicurezza sul triangolo nato dieci anni prima, mentre i detective s’incontrano (si rincorrono in macchina, per la verità) per la prima volta dopo tanti anni. Il faro posteriore del pick-up di Rust è ancorain frantumi, dopo l’ultimo duello col collega, che non rinuncia a caricare il revolver e metterselo in tasca. Cliffhanger.