400 colpi (di tastiera) # 8 – Operazione sottoveste (Blake Edwards), 1959

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operazione-sottovesteGrazie alla destrezza di un ufficiale totalmente estraneo alla vita militare ma furbo e abilissimo ladro (Tony Curtis), il comandante Sherman (Cary Grant) riesce a rimettere in sesto un sommergibile spacciato. Gradevole screwball comedy, tipicamente hollywoodiana, sebbene il ruolo femminile sia inizialmente interpretato da un uomo. Battute a buon ritmo, comicità non volgare, guerra sdrammatizzata.

Operazione sottoveste, in 400 colpi (di tastiera)

True Detective #7 – #8

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true-detective-7-8Tu non sei nessuno senza di me, aveva detto Rust a Marty nella sesta puntata. Ma ora devono chiudere un conto in sospeso, continua Rust, senza che il collega voglia dargli retta. E ammettere il debito che l’ex investigatore ubriaco perenne gli contesta.

Senza che ci spieghino cosa l’uno deve all’altro, i due si rimettono al lavoro sul caso irrisolto che li ha tenuti evidentemente uniti a distanza per tutti questi anni, come una ragnatela sottilissima e longeva che si espande poco alla volta nell’angolo polveroso di una stanza buia. Per la prima volta scopriamo che il probabile killer ha una faccia, una casa, una donna – e non si capisce chi delle due è più sporca, come la nemesi di un’oasi in una palude. Marty e Rust ci ritornano , come ai vecchi tempi, non più da poliziotti ma con l’insolita intesa che li ha sempre contraddistinti, che nel momento del bisogno riusciva a sovrastare i contrasti anche profondi che li dividevano. Il loro aspetto è cambiato: baffi e coda, capelli che non ci sono più e girovita un po’ più largo, tutto stemperato da quella che assomiglia a una divisa d’ordinanza. Se avete visto la puntata, è inutile ripetere cosa è successo. Se non l’avete fatto, è il caso di rendersi conto di persona di quello che è successo. Accenniamo solo che Rust piange per la prima volta: sapevamo che era umano anche lui ma non ci aspettavamo una dichiarazione così esplicita. Il suo compito non è concluso ma ora sembra avere di nuovo un compagno nella sua solitudine.

La cosa più interessante in True Detective è l’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti, che partono come colleghi diffidenti e finiscono per sembrare vecchi amici legati dalla cattiva sorte. Come già detto in precedenza, tutto il resto – le indagini, il contesto, comunque organizzati in modo molto credibile e un po’ grottesco, per caratterizzare il tono di tutta l’opera – potrebbero essere certamente scambiati con qualcos’altro. Tutto quello che succede, accade per metterli alla prova e testare la loro resistenza al corso degli eventi, cosa perdono e cosa guadagnano dal cambiamento, e come cambia la loro percezione del mondo. Hanno delle colpe, sono fallibili, anche stronzi e pieni di contraddizioni. Sono come noi.

Diaz – Don’t clean up this blood – Daniele Vicari, 2012

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Per chi se lo fosse perso, riproponiamo la recensione di DIAZ, in onda ieri sera su Rai3.

diaz-vicariIl sangue non è stato lavato via ma è sbiadito poco alla volta e non ne rimangono che aloni dimenticati, come i responsabili di quel massacro: ancora tanti, forse destinati alla prescrizione o alla totale assenza di condanna [al momento della prima stesura della recensione, maggio 2012]. Se non lo sapessimo ancora, infatti, i titoli di coda ci avvertono che il reato di “tortura” non è previsto dal codice penale italiano. Non sarà quindi fatta giustizia per i manifestanti pacifici del G8, italiani e stranieri, vittime di un’orgia di botte che bastava il napalm a trasformare nel Vietnam.

DIAZ è un film necessario ma del quale sconsiglio la visione ai deboli di cuore e di stomaco. La storia incentra la sua attenzione sull’irruzione della polizia nella scuola Diaz, appunto, che in quel momento era la sede dell’Indipendent Media Center italiano e del Genoa Social Forum: organizzazioni apposite per gestire l’enorme flusso di manifestanti giunti a Genova e informare al di fuori dei canali istituzionali. Se è innegabile che le proteste pacifiche siano spesso sporcate da episodi di vandalismo, sfruttate dai violenti per sfogarsi e restare anonimi, è pur vero che la polizia non ha esitato un attimo a scendere al livello dei facinorosi. Forze si, ma non dell’ordine, se per ristabilirlo hanno scelto di aggredire senza distinzioni chiunque si trovasse nel loro raggio d’azione. I corridoi e la palestra della scuola, infatti, sembrano la stanza in cui un macellaio alle prime armi prende confidenza con costate, muscoli, cervello e trippa. Il teatro del macello è il luogo d’incontro anche casuale dei vari personaggi raccontati, tra cui: il giornalista Luca Gualtieri (Elio Germano); l’ex militante della CIGL Anselmo Vitali (Renato Scarpa); l’anarchica Alma Koch (Jennifer Urlich), che partecipa agli scontri per poi occuparsi della ricerca delle persone scomparse. A vedere le macchie del loro sangue per terra, così denso e così tanto, sembra pure che qualcuno avesse rovesciato passata di pomodoro correndo e urlando, schizzando qua e là le ultime gocce ribelli. E se ci venisse il dubbio che Vicari abbia esagerato, basta dare un’occhiata ai servizi dei giornalisti, ospitati anche sul sito ufficiale del film: non ha esagerato.

La ricostruzione dei pochi eventi è realistica, sufficiente e necessaria, e non è piatta la caratterizzazione dei personaggi: il giornalista un po’ idealista ma sotto sotto impreparato, che non ha realmente idea del casino in cui si sta cacciando; i manifestanti violenti, che a disastro compiuto sembrano rendersi conto che un po’ di responsabilità ce l’hanno anche loro. Accanto ai cattivi cattivi, poi, c’è uno spazio per una presa di coscienza – seppur minima e tardiva – di qualcuno tra i poliziotti, come il vicequestore Max (Claudio Santamaria). “I’m sorry” dice a un certo punto a una ragazza, tedesca, che medica come può i cocci del volto di Alma e gli ringhia addosso che servono delle ambulanze: arriveranno soprattutto altre botte e condanne, soprattutto dalla parte sbagliata.

 

400 colpi (di tastiera) # 7 – India Song (Marguerite Duras), 1975

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India_SongRaffinato rapporto tra parola e immagine, inusuale – non nel cinema francese – modo di raccontare una storia senza che i personaggi agiscano sullo schermo, senza che muovano le labbra o anche solo un sopracciglio. Ma è davvero giusto e necessario sottoporci a questo supplizio, senza darci una gratificazione, una tregua, che non sia la colonna musicale o la prima, bellissima, sequenza del tramonto?

India Song, in 400 colpi (di tastiera)

400 colpi (di tastiera) # 6 – Rusty il selvaggio (Francis Ford Coppola), 1983

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rumble-fishRusty James, maschio amaro di Tulsa. Oklahoma. È il fratello minore del Motorcycle Boy, il pifferaio magico. Ha un complesso d’inferiorità ma gli vuole bene, è quello più fragile, è quello che ha una ragazza ma che uno della sua compagnia gliela frega, è quello con un padre alcolista e con una madre che, boh? È il rumble fish che picchia senza un perché. Ma solo alla fine guadagna il suo colore.

Rusty il selvaggio (Rumble Fish) in 400 colpi (di tastiera)

400 colpi (di tastiera) #5 – Escape from tomorrow (Randy Moore), 2013

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escape-from-tomorrowFantascienza e grottesco divertissement per famiglie, parodia dello stile disneyano proprio trale mura del re dei parchi divertimenti, filo logico che è molto arduo scorgere. È una storia che non ci si aspetta, demenziale a tratti, surreale in altri, un po’ frustrante e meno godibile in qualche momento. Non risponde a molte domande, ne pone un bel po’. Quella più importante è soltanto una. Perché?

Escape from tomorrow, in 400 colpi (di tastiera)

400 colpi (di tastiera) #4 – Eraserhead (David Lynch), 1977

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eraserheadUn incubo in cui ogni elemento, ogni dettaglio può essere interpretato in tutti i modi possibili. Dai vermi purulenti al pargolo alieno, che ne pare un’evoluzione; dagli oggetti senza un ruolo specifico ai polli sanguinolenti, ai cespugli di cose. Senza spiegazioni definitive. Le ombre sono sempre più lunghe dei rispettivi personaggi. Fotograficamente e metaforicamente. Il giudizio rimane sospeso.

Eraserhead, in 400 colpi (di tastiera).