Liberaci dal male – Scott Derrickson, 2014

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liberaci-dal-male-locandinaCosa è legittimo aspettarsi da un film che esaurisce nel titolo il movente della sua visione e realizzazione? Amen, naturalmente. Ma c’è amen e amen. Quello dell’Esorcista marchiato Friedkin, per esempio, era inquietante soprattutto quando lo ripensavamo a lungo dopo l’ultima e la penultima sequenza: il sacrificio – o la misera fine di una psicosi collettiva, a seconda del punto di vista – di un uomo che accetta di accollarsi l’intera responsabilità della vita di chi gli è intorno, rinunciando alla propria. Colpo di teatro in cui è comunque il maligno che vince, e la serenità è solo temporanea. L’esorcista, appunto, è incerto, non emette una sentenza definitiva. Perché è un film di Friedkin, si potrebbe dire, ma è troppo facile e scorretto farlo notare nel 2014 e non nel 1973, quando ad accompagnare la sua sua fama e le sue fortune, poi altalenanti, c’era quasi solo Il braccio violento della legge.

Cosa c’era, invece, ad annunciare Scott Derrickson? Sappiamo che l’horror è il suo ambiente (Sinister) e che si è cimentato anche in quello religioso (L’esorcismo di Emily Rose). Nota: per fare un horror religioso, comunque, basterebbe mettere in scena una pagina a caso dell’Antico Testamento. È curioso, anzi è una constatazione, come ci sia spesso di mezzo un esorcismo quando si vuole spaventare qualcuno, in tanta produzione media contemporanea. O comunque un conflitto con il diavolo, un’entità sovrumana che prende a turno il controllo di qualcuno di noi e ci fa fare cose che non avremmo mai pensato da sobri. Anche in Liberaci dal male ce n’è uno, certo, che ha almeno un pizzico di originalità, un touch of evil: è un meta-esorcismo, se si stira un po’ il significato letterale del termine. Meta come pratica che riflette su se stessa e si spiega passo passo al pubblico, in sala e ai personaggi, attraverso le parole del gesuita che nomina e ripete tutte le fasi del rito al volenteroso aiutante e protagonista (Eric Bana); meta anche come ciò che sta oltre un esorcismo cinematografico convenzionale che non sente il bisogno di commentarsi, tant’è la presunzione che sia un rito scontato e naturale. Prima di giungere all’esorcismo, però, c’è qualcos’altro. E come poteva non essere la solita storia di un padre diviso tra famiglia e lavoro che trascura la prima e si lascia fagocitare dal secondo? Solita non nel soggetto, che è sicuramente comune a molti di noi e realistico, ma trita nelle battute stanche, nella gravidanza che dovrebbe riportare un po’ di brio in un rapporto sempre più sottile, di pari passo con la placenta della moglie; nell’espediente di tirare in ballo i veterani della guerra in Iraq. Non vogliamo sminuire quel tipo di trauma, che non è comunque centrale nella trama, ma rappresentarlo ancora e ancora, senza un tocco di originalità, lo rende inevitabilmente logoro e nauseante.

Ma se c’è una cosa che più di ogni altra infastidisce, anzi irrita parecchio, è la seguente: ossia la parabola (intesa come curva, percorso) di un uomo che abbandonata o comunque relegata nel dimenticatoio una fede religiosa, la riabbraccia sotto il ricatto psicologico di una supposta evidenza, come se quella fosse l’unica maniera di chiudere i conti col proprio passato, bruciando definitivamente i suoi fantasmi. Conditi dall’abuso del rallentatore nel momento drammaturgico dello scioglimento: non potrebbe essere che, per una volta, un accelerato possa avere un effetto alienante e magari più efficace? Le stesse procedure avevano permeato la storia (vera, come ci si affretta a specificare) di Emily Rose: un’agnostica (o una che non ha molta dimestichezza col calcolo delle probabilità e che si rifiuta di scegliere nettamente, quasi come un ignavo) trova una scorciatoia per mettere una toppa sul suo personale vaso di Pandora. Insomma: un packaging che può potenzialmente suscitare curiosità – e Jerry Bruckheimer ne sa qualcosa – ma un prodotto al suo interno che ci libera da ogni rimorso se non andremo al cinema. Amen.

Ecco la recensione su Cinema4stelle.

Un re a New York – Charlie Chaplin, 1957

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la-locandina-di-un-re-a-new-york-145823Chiedere a Chaplin di rinunciare alla pantomima, anche quando non costituisce il perno narrativo del film, è impensabile. Un re a New York, infatti, non nasconde il più grande talento del tuttologo britannico del cinema, che però sa bene che nel 1957 non può più fare affidamento solo su di esso, a meno di non voler confezionare un prodotto nostalgico, dalle dubbie probabilità di successo. Il regista, allora, punta su un’amalgama di elementi che rispecchiano profondamente la sua vita artistica, in primo luogo. La sequenza iniziale, infatti, ci riporta subito alla mente che Chaplin è l’autore di Tempi Moderni, una critica verso la società industrializzata in cui il vortice del progresso tecnico trascina come pecore, su per le scale della metropolitana, individui ipnotizzati da quella sinfonia di una città frenetica. E siamo solo agli inizi del ‘900. Dal momento in cui entra in scena il suo personaggio, poi, ad accompagnarlo c’è sempre la sua consueta ironia e autoironia, o meglio la sua ombra: abbiamo detto che non si esprime soprattutto attraverso lo slapstick, usato per dare più colore alle scene o per autocitarsi con discrezione: emerge invece dai dialoghi, carichi di una satira amara ma troppo smorzata, che rispecchia profondamente la sua vita personale, questa volta. L’attore e regista interpreta infatti il re di un ipotetico stato europeo, Estrovia, che giunge esiliato in America sperando che quel paese così all’avanguardia possa aiutarlo nel suo sogno utopico: usare l’energia nucleare solo a scopi civili. Speranza vana, visto che la febbre da armata rossa da un lato, e l’ossessione dei media per la sua immagine dall’altro, gli renderanno la vita impossibile. Il suo nome, Shahdov, non ha bisogno di precisazioni, e si può interpretare per quello che Chaplin è diventato per gli Stati Uniti dopo il suo esilio, in seguito al delirio anticomunista del maccartismo. Un re a New York, infatti, è rimasto censurato negli USA per un paio di decenni, e capiamo bene in perché: la fresh air che il re crede di respirare, tra grattacieli che nascondono il cielo stesso e pure il mare, in quello che dovrebbe essere l’avamposto per l’Europa, è subito appesantita dalla patina luccicante e al contempo ossessiva del conformismo americano. I soli momenti in cui il re è davvero felice sono quelli in cui può ritornare all’infanzia: spiare dal buco della serratura una donna nella vasca da bagno e corteggiarla, facendo sfoggio della sua sfacciataggine e della sua comicità slapstick, appunto. E quel re è Charlie Chaplin davvero, che si butta contento in quella vasca con tutti i vestiti, e che qualche momento dopo strappa un assegno col quale si sarebbe venduto a quel Paese cui tanto ha dato ma che non merita più la sua attenzione. Un fanciullo maturo, proprio come la sua controparte che è fanciulla anche anagraficamente: il vero figlio del regista, giovanissimo comunista e mosca bianca in un sistema scolastico che forgia i giovani del domani, la cui presenza genera le scene più divertenti di tutto il film. Se gran parte di quei giovani, qualche decennio dopo, ha permesso che George W. Bush diventasse presidente della nazione più influente al mondo, all’epoca, notiamo con quale bontà la satira di Chaplin si abbatta su di loro.

Come ogni buon film di un grande autore, infine, Un re a New York non manca di riflettere sul potere affabulatorio stesso di quest’arte: lo fa, come detto, nell’ossessione per l’immagine che investe il re nelle sue uscite pubbliche e lo fa in una delle scene conclusive, piccola esilarante rivincita di un artista che, come altri grandi artisti (Hitchcock, per esempio) ha immeritatamente ricevuto l’Oscar alla carriera. Se per “Oscar alla carriera” intendiamo un contentino che l’academy consegna a qualcuno che, accorgendosi di aver sottovalutato per svariati decenni, premia per tentare di riabilitarsi. Un’umile ammissione di colpevolezza o l’ennesimo tentativo di dire “l’ho premiato quindi è importante”, e non viceversa? Propendo per la seconda interpretazione.

Anarchia. La notte del giudizio – James De Monaco, 2014

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the purgeStati Uniti d’America, futuro prossimo. Il “giorno del giudizio”, o meglio l’epurazione (the purge) è arrivato: da mezzanotte all’alba nessun reato è più perseguibile per legge, in un’enclave del crimine in cui la sola limitazione riguarda il calibro delle armi consentite. Fioccano le statistiche su presunti miglioramenti della qualità della vita che questo nuovo rito avrebbe apportato al Paese: meno disoccupazione, tra gli altri, ed è facile intuirne il motivo. In questo scenario quasi apocalittico come in un videogioco stealth, due coppie di personaggi, una madre con la figlia e due coniugi sul punto di divorziare, cercano di sfuggire alla rabbia (catartica?) dei loro concittadini; il quinto, invece, interpretato da Frank Grillo, vuole approfittarne per regolare i conti con il suo passato.

La prima metà del film, in cui ognuno va per la propria strada e cerca senza successo di cambiare il proprio destino, è la più riuscita ed è quella che scorre più velocemente: alternare le tre storie contribuisce ad aumentare la tensione, perché è sempre ciò che potrebbe accadere a suscitare più ansia di quello che si vede. C’è chi si barrica in casa aguzzando le orecchie, sperando che i rumori esterni siano sempre lontani dal suo appartamento; chi corre a piedi verso un riparo sicuro perché la sua macchina si è fermata nel mezzo di un viadotto; chi infine rispolvera il proprio arsenale e caccia il suo obiettivo, finché il suo cuore ruvido non cede alla tentazione di salvare la prima coppia di personaggi, madre e figlia, e di accollarsi anche il destino della seconda. Da questo momento in poi, forse comprensibilmente, l’andamento della storia si fa più prevedibile, se si esclude qualche momento in cui le svolte narrative aggiungono un po’ di sale alla trama. Tutto è coerente, forse fin troppo in un contesto che poteva permettere un po’ d’incoscienza e di egoismo in più anche da parte dell’eroe. Ciò che resta più impresso nella memoria, allora, è lo stile delle riprese e del montaggio, punteggiato da ralenti che enfatizzano le emozioni dei personaggi e mettono in dubbio la loro condotta, o fungono da segno di riconoscimento puramente estetico. Meritano una menzione particolare i titoli di coda, che paiono ispirati a quelli di Seven per il modo in cui si servono del compositing, e che forse suscitano una soddisfazione anche troppo alta rispetto alla narrazione che chiudono.

Ecco la recensione su Cinema4stelle.

Hunger – Steve McQueen, 2008

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hunger_locandinaRaccontare un dramma per cui non ci sono parole soprattutto con le immagini, appunto senza parole: questo fa Hunger, privilegiando il sonoro dell’ambiente ai dialoghi per la maggior parte della sua durata, usando anche la colonna musicale con molta parsimonia. La storia è quella di Bobby Sands, prigioniero politico – status che non verrà mai ufficialmente riconosciuto a nessuno degli altri detenuti – e membro della P-IRA, che verso i due terzi del film decide di iniziare lo sciopero della fame. L’azione verso la quale tutto quello che è successo fino a quel momento ha condotto, estrema ratio, conseguenza necessaria dopo che si sopporta la routine di un prigioniero politico-tipo. Privazione dei diritti umani basilari, dei quali il più fondamentale è la dignità. Non sono, infatti, le condizioni igieniche disumane, la mancanza di cibo e di luce, o di un materasso senza vermi, il male peggiore: è quando queste condizioni migliorano che lo spirito, i nervi dei combattenti sono messi a dura prova. Anche se la tentazione di cedere a una camicia pulita non dura mai più di qualche secondo. E allora si torna a protestare imbrattando i muri di merda e subire, a testa alta, la frustrazione dei secondini a suon di manganelli e pugni nei denti. Tutto girato con uno stile crudo e necessario per restituire il senso della sofferenza raccontata, senza però sfociare nella pornografia, passatemi l’espressione. Qualcosa è lasciato immaginare allo spettatore, anche grazie ai frequenti indugi sui dettagli, sui particolari che scompongono i corpi per rivelare l’identità e i caratteri dei personaggi. E ci perdoni Bazin se, in questo caso, il cinema è in grado di imprimere la morte sulla pellicola (o un sensore digitale) senza privarla della sua dignità. Basti pensare alla macrosequenza iniziale, dov’è introdotto uno dei secondini che immerge più volte le mani nell’acqua per lavarle e dare sollievo alle nocche, provate dalle botte che dà ai carcerati; sequenza che assume tutto un altro significato quando è riproposta accanto a chi porta i segni ancora freschi di quelle botte, che ci restano impressi non solo per il tempo di permanenza sullo schermo, ma soprattutto perché così ingiuste. Accanto a tanta crudezza, il ritmo del racconto scorre lento verso una sola meta possibile: la morte, appunto, che per quanto possa sembrare miserabile quando la si assaggia un giorno dopo l’altro, non lo è. Perché la si è scelta, come unica alternativa alla rinuncia della propria identità.

Tutte contro lui – Nick Cassavetes, 2014

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tutte-contro-lui-locandinaUna moglie capisce che il marito la tradisce: scopre dove lavora la sua amante, senza riuscire a urlarle contro. Diventano amiche. Cercano un modo per coglierlo entrambe sul fatto, fronteggiando il suo fascino, finché non scoprono che ha una terza storia: ora sono tre le donne in cerca di vendetta. Ma è tutto ciò verosimile e non stucchevole (anche per colpa del doppiaggio), non per la storia in sé ma per il modo in cui è gestita? Perché è vero che, in una commedia, i limiti della sospensione dell’incredulità sono ancora più elastici, ma è pure vero che, per poter essere scavalcati senza conseguenze, vanno supportati da una dose di umorismo inattaccabile e dolorosa, per mascelle e addominali. Tutte contro lui, però, non è in grado di soddisfare queste richieste: è una commedia gradevole, in alcuni momenti, più noiosa in molti altri. Il problema principale è la gestione dei tempi: sarebbero potuti essere molto più contratti, visto che l’interesse principale non è tanto sapere cosa succederà – si può verosimilmente prevedere che le tre donne diventeranno amiche grazie a un problema comune – ma come accadrà, quanto si riderà, quanto sarà soddisfatta la sete di rivalsa delle donne prese in giro. Quello cui assistiamo, invece, è un protrarsi troppo a lungo di situazioni che si potevano liquidare in un tempo più breve, come i ripetuti bollettini sull’evoluzione del rapporto moglie-marito – è anche a causa del personaggio della moglie, patologicamente insicuro e indeciso, ma un po’ annacquato – e un restringersi in pochi minuti di momenti che avrebbero richiesto più profondità, se non temporale almeno narrativa, come la nascita dell’amicizia tra moglie e prima amante. L’attenzione riservata agli ambienti, interni ed esterni e alla caratterizzazione dei personaggi, insomma, supera di gran lunga quella verso i loro caratteri e verso la storia: un peccato, perché smussare tre archetipi femminili così diversi poteva condurre a una narrazione più complessa e più divertente. Se fossimo maliziosi penseremmo che è una pezza per coprire un buco, ma forse basta essere spettatori attenti ed esigenti per capire che, in questo modo, non si fa altro che esaltare il buco stesso. Non è necessario che lo svago coincida con la frivolezza.

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Jersey Boys – Clint Eastwood, 2014

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Jersey-Boys-locandinaMettete insieme un ragazzo che studia per diventare parrucchiere, un mafiosetto e un bassista. Aggiungete un pianista scrittore, naturalmente affiatato con gli altri, ed ecco il sound pop anni ‘60, vagamente rockabilly e con qualche lieve venatura di jazz dei Four Season: Frankie Valli, Tommy De Vito, Nick Massi, Bob Gaudio. La loro vita, come se non bastasse essere entrati nella Rock’n’Roll Hall of Fame, è stata raccontata e replicata decine di volte nell’omonimo musical di successo, passato per Broadway e giunto all’orecchio di Clint Eastwood. Storia che può apparire inedita per chi ha diretto, tra gli altri, Gli spietati, Million Dollar Baby, Gran Torino, Flags of Our Fathers, Letters From Iwo Jima, Mystic River: storie di personaggi ghettizzati dalla comunità, da se stessi o dal loro passato, i quali cercano di ritrovare la serenità dopo un tortuoso percorso di redenzione, che talvolta coincide con la morte. Ma questo è lo stesso archetipo di Jersey boys, un ibrido tra una biografia e un musical dove le canzoni non sono uno strumento diegetico ma piuttosto una pausa dalla narrazione, una sorta di rockumentary nella storia che serve soprattutto a risvegliare dei ricordi e farci amare (ancora) quei personaggi. Personaggi che, di volta in volta, raccontano parte della loro versione dei fatti: è vero che, come dice il chitarrista Tommy De Vito, “Ognuno se la ricorda come gli fa più comodo”. Dopo l’ascesa che li ha condotti dai lampioni ai riflettori, infatti, ognuno cova delle remore, dei rancori di cui rende partecipe il pubblico interpellandolo direttamente; ricordi che, affastellandosi l’uno sull’altro, conducono alla necessaria frattura del gruppo e ai disperati tentativi di non perdere definitivamente il legame con la musica.

La meticolosità con cui sono organizzate le parti cantate e ballate; la rappresentazione dei conflitti e delle svolte narrative attraverso i particolari; la molteplicità delle prospettive dalle quali si può interpretare quest’epopea e la grande preparazione e completezza degli attori, importati dallo spettacolo teatrale ma capaci di bucare lo schermo – per la verità sono doppiati, tranne che per le parti canore: tutto questo fa di Jersey Boys un film tecnicamente molto riuscito e coinvolgente, di conseguenza, anche sul piano emotivo. E non solo per l’inevitabile effetto-nostalgia che può generare o per l’empatia che la formula del sogno (americano) che si avvera produce. Ma perché, pure, ci restituisce un saggio di quanto sappia essere eclettico e popolare (ma non triviale) Clint Eastwood.

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Paolo Ottomano

Sulla strada di casa – Emiliano Corapi, 2012

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Sulla-strada-di-casa-cover-locandinaSulla strada di casa è il primo lungometraggio di Emiliano Corapi, road movie che ha sia scritto sia diretto e che ha vinto il Premio speciale della Giuria ad Annecy 2011, oltre a quello come Miglior Opera Prima a Maremetraggio 2011. Non che i premi siano di per sé la garanzia della bontà di un film – ma questo succede soprattutto per quelli più commerciali e chiacchierati – ma tali testimonianze riconoscono a questo thriller il valore che esprime la sua fotografia, il suo montaggio, la sua regia, la sua sceneggiatura.

Alberto (Vinicio Marchioni) è un piccolo imprenditore che, per migliorare la situazione precaria della sua ditta, accetta di esporsi come corriere per un gruppo di delinquenti, forse contrabbandieri. Quando un altro gruppo di malviventi piomba in casa sua e lo ricatta, intimandogli di consegnare a loro il prossimo carico, il padre di famiglia ha un problema in più da risolvere: mentire ai vecchi e nuovi ricattatori e a se stesso, improvvisandosi antieroe per salvare la moglie (Donatella Finocchiaro) e i figli. La nostra penisola, attraversata in lunghezza sull’autostrada che scende dal Nord a Reggio Calabria, è il teatro del suo dramma, che a tratti ricorda Duel e Psycho, i cui archetipi sono curiosamente rovesciati: è Alberto che insegue, essendo però schiavo del suo bersaglio, ed è ancora lui che fugge senza un maltolto da nascondere e sapendo bene dove vorrebbe andare, ma anche dove non può restare. Il merito del film è far riflettere il malessere del protagonista nella sua fotografia, grigia ed essenziale; nel montaggio, che punteggia il presente con dei mini-flashback inseriti per spiegare la personalità di Alberto e fargli compiere le sue scelte, giuste o sbagliate che siano; nella regia e nella sceneggiatura che gestiscono in modo convincente la suspense, pur con pochi elementi a disposizione – un attore, un angolo buio, conversazioni smozzicate – e senza tante svolte narrative clamorose. Ce n’è una, di cui taceremo per chi non avesse visto il film, che esprime tutta l’insicurezza e la disperazione accumulate da Alberto durante la sua vita, condensata in questo viaggio. E che non tradisce lo spirito del film: raccontare un dramma sociale e individuale, senza il bisogno di ostentare.

Paolo Ottomano